Capitolo IV della «Storia del Rosacrocianesimo». In questo capitolo: La Monade, La Confessio Fraternitatis, Millenarismo, Il Liber Mundi, La Bibbia e altro.

Nell’anno successivo alla pubblicazione della “Fama Fraternitatis”, nel 1615, il tipografo Wilhelm Wessel fece pubblicare a Kassel un secondo Manifesto. Come il precedente, che era stato pubblicato incluso nei “Ragguagli di Parnaso”, è redatto a seguito di un altro testo “Secretioris Philosophiae Consideratio Brevis a Philippo à Gabella…”, cioè “Breve Considerazione della più Segreta Filosofia, scritta da Philippo a Gabella, studente di filosofia, pubblicato per la prima volta con la Confessione della Fraternità R.C., aggiornata”1. L’autore del testo resta sconosciuto, ma nell’introduzione precisa che si tratta di un trattato di filosofia, notando “che è arricchito dagli atti, dagli studi e dalla conoscenza della Fraternità della R.C.”. Segue una breve prefazione, firmata “Frater R.C.”, dove l’autore indica che ha completamente preso a prestito questa “Considerazione” da Ermete, Platone, Seneca e altri filosofi. Il testo si conclude con una preghiera firmata “Filemone R.C.”.

La Monade

Questa “Breve Considerazione” non deve nulla né a Ermete né ai filosofi. Si tratta in realtà dell’adattamento di un’opera di John Dee (1527-1608), la “Monas Hieroglyphica” (1564) in cui il capofila del Rinascimento elisabettiano si proponeva di spiegare in ventiquattro teoremi un geroglifico: la “Monade”. Come Enrico Cornelio Agrippa, di cui era un assiduo lettore, John Dee aveva composto questo carattere magico basandosi sulla geometria. Secondo Pierre Bréhar, la Monade, oltre al suo aspetto magico, è un simbolo alchemico che designa la Pietra degli alchimisti, il Mercurio dei Saggi2. D’altronde, i testi che figurano sul filatterio del disegno che orna il frontespizio dell’opera di John Dee fanno riferimento al mercurio e alla rugiada3, nella quale Basilio Valentino vedeva l’embrione della Pietra, lo smeraldo dei filosofi.

Fulcanelli ha sottolineato la relazione fra la RosaCroce e la rugiada precisando a questo proposito, che secondo il “Dizionario delle arti e delle scienze” (1731) di Thomas Corneille, “i grandi maestri della RosaCroce si chiamavano Fratelli della Rugiada Cotta, significato che essi stessi davano alle iniziali del loro Ordine F.R.C.”4. Il simbolo composto da John Dee sarà ripreso da diversi autori come Henri Khunrath (nel suo “Anfiteatro della Saggezza Eterna”), Johann Valentin Andreae (nelle “Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz”) e Robert Fludd (in “Utriusque cosmi historia”).

La Confessio Fraternitatis

Il primo Manifesto annunciava la pubblicazione di una “Confessione” dove sarebbero state enunciate le trentasette cause per le quali l’Ordine rivelava la sua esistenza. Il secondo non dà queste ragioni, ma si presenta come complemento che si vede più chiaro riformulando “i passaggi un po’ insondabili ed oscuri degli Echi”. La “Confessio Fraternitatis, o Confessione dell’insigne confraternita dell’onoratissimo R.C. indirizzata agli uomini di scienza dell’Europa” comprende quattordici capitoli, divisione che non sarà sempre conservata nelle edizioni seguenti. In questo testo, i RosaCroce sottolineano che possiedono l’antidoto alla malattia che strugge la scienza e la filosofia poiché possiedono la chiave di tutte le conoscenze, si tratti delle arti, della filosofia, della teologia o della medicina. Danno anche delle nuove precisazioni riguardo alle fonti del loro sapere, indicando che non proviene unicamente dalle ricerche effettuate da Christian Rosenkreutz, ma anche dalle rivelazioni che egli ha ottenuto per illuminazione divina, grazie agli uffizi degli angeli.

Millenarismo

Mentre il testo del primo Manifesto, eccetto la lettera di Haselmayer, non alludeva alla profezia del Leone del Settentrione, la “Confessio Fraternitatis” la menziona annunciando che i suoi “tesori resteranno inviolati finché il Leone verrà” (cap.6)5 e fa coincidere il ruggito di questo Leone con la prossima caduta del Papa (cap. 5). In generale si può dire che questo nuovo Manifesto presenta un aspetto millenarista. Dopo l’ottimismo reso pubblico dalla “Fama Fraternitatis”, che vedeva aprirsi un’era nuova arricchita dall’apporto di una nuova conoscenza, la “Confessio Fraternitatis” sembra più pessimista. Essa annuncia che il mondo è “sul punto di raggiungere lo stato di riposo […] dopo il termine del suo periodo e del suo ciclo” (cap. 1). Questa fine dei tempi è quella del Millenium, il periodo di mille anni che succederà ai seimila anni già trascorsi (rif. alla profezia di Elia), poiché i RosaCroce hanno ricevuto la missione di accendere il “sesto candelabro” (cap. 4). Quest’epoca corrisponde alla terza era di Gioacchino da Fiore, quella dello Spirito Santo dove il sesto sigillo termina di aprirsi. I RosaCroce presentano la loro rivelazione come un’ultima grazia offerta da Dio “al mondo la cui fine è prossima” (cap.7). Essa permetterà all’umanità di gioire per qualche tempo di una “vita e di una magnificenza simili a quelle che ha perduto e sprecato, in Paradiso, Adamo” (cap. 7). La “Confessio Fraternitatis” riprende qui un elemento presentato nel primo Manifesto, la “rivelazione primordiale” che Adamo avrebbe ricevuto dopo la Caduta.

Ci si può domandare se gli autori di questo Manifesto pensassero realmente che fosse giunta la fine dei tempi. In realtà, quest’epoca può essere considerata rilevante, non per la storia lineare, ma, per riprendere l’espressione proposta da Henry Corbin, di una “meta-storia”6. Non si tratta di un avvenimento rilevante del tempo umano, ma di un tempo dello spirito vissuto all’interno di un’anima rigenerata dall’illuminazione. D’altra parte la “Confessio Fraternitatis” parla dei RosaCroce come degli uomini aventi la facoltà di proiettarsi nel tempo, passato o futuro, come in paesi lontani (cap. 4).

Il Liber Mundi

La “Confessio Fraternitatis” ritorna su un tema affrontato nel primo Manifesto, quello del “Liber Mundi” o “Libro del Mondo”, citando “le grandi lettere e i grandi caratteri che il Signore Iddio ha inciso sull’edificio del cielo e della terra” (cap.6). Si ritrova qui un aspetto essenziale del pensiero di Paracelso. Per lui, il solo libro fondamentale assieme alla Bibbia è il Libro della Natura. In realtà, le “lettere che Dio non ha smesso di incorporare alla Santa Bibbia, le ha stampate anche in tutta chiarezza nelle meravigliose creature che sono i cieli, la terra e tutti gli animali” (cap.9). L’idea che la Natura è la chiave di tutto ciò che esiste, non è un sistema meccanico di leggi, ma una realtà vivente con la quale l’uomo deve entrare in dialogo con uno scopo di “conoscenza”, è tratta da Paracelso.

La Bibbia

Il secondo Manifesto, anche se dà importanza al Libro della Natura, insiste sull’importanza della Parola rivelata ed esorta a farne “una lettura diligente e permanente”. Esso proclama che “dall’inizio di questo mondo non sono esistiti libri superiori” alla Bibbia (cap.10). Come la “Fama”, la “Confessio”, vilipende il Papa accusandolo di tirannia. “La vipera cesserà di sibilare” (cap. 11) e “i nostri artigli lo ridurranno letteralmente in pezzi” (cap.5), aggiunge annunciando l’annientamento definitivo del Pontefice. Si tratta di un tema che si trova frequentemente nei “Pronosticationes” e in “Practica” di Paracelso. Questa posizione, che si comprende perfettamente in un ambiente protestante che considera il Papa come l’anti-Cristo, sarà all’origine della forte ostilità del cattolicesimo nei confronti del Rosacrocianesimo. Sicuramente per sfumare l’elogio della civiltà araba presentata in precedenza, il secondo Manifesto se la prende anche con Maometto. Tuttavia, quest’ultima menzione può essere ripresa nella “Naometria” che condannava “il Papa e suo figlio di perdizione Maometto”.

Alchimia, riforme

La “Confessio Fraternitatis” ritorna sulle critiche formulate all’incontro degli pseudo-alchimisti nel primo Manifesto. Per i RosaCroce, la vera alchimia deve portare ad una “conoscenza della Natura”, ma è secondaria, poiché l’essenziale è di condurre “i nostri sforzi nell’acquisizione dell’intelligenza e della scienza della filosofia” (cap.11). Inoltre, l’Ordine incita alla più grande prudenza nei riguardi della proliferazione dei libri di alchimia che prosperano in quell’epoca. Il XVII secolo è in realtà l’epoca che conosce la più cospicua pubblicazione di libri sulla Grande-Opera7.

La Fortezza della verità

La “Confessio Fraternitatis” annuncia che ad immagine dei saggi della città di Damcar, i RosaCroce sono “incaricati di organizzare in Europa il governo”. Essi dicono di disporre di un piano stabilito a questo scopo da Christian Rosenkreutz. Come nel primo Manifesto, i RosaCroce invitano gli uomini del loro tempo ad unirsi alla loro Fraternità e propongono ai ricercatori di unirsi a loro per costruire una “nuova fortezza della verità”. Promettono a tutti quelli che vogliono essere iniziati, l’eredità di tutti i beni della Natura, la salute, l’onniscienza e la pace interiore. Tuttavia, avvertono quelli che “accecati dallo scintillio dell’oro” e che vogliono unirsi alla loro Fratellanza con lo scopo di trarne dei profitti materiali, che non sarà loro mai permesso di entrarci.

Riassumendo, si può affermare che la “Confessio Fraternitatis” insiste sulla religione più della “Fama Fraternitatis”. La Bibbia viene a rinforzo del Libro della Natura. La “Confessio” tenta di recuperare l’eredità del Rinascimento a beneficio di un millenarismo cristiano (con la differenza che non evoca il ritorno del Cristo) e presenta l’imminenza della rivelazione finale sotto gli auspici della RosaCroce.

Le fonti

Numerosi ricercatori si sono interrogati per sapere quali fossero gli autori o l’autore dei primi due Manifesti rosacrociani. In realtà, questa domanda era direttamente legata a quella delle fonti da cui erano attinte le idee espresse in questi testi. Vi si può notare l’influenza dell’epoca medievale: l’assiomatica infallibile alla quale si riferiscono i Manifesti evoca l’«Ars Magna» di Raimondo Lullo, il cui grande editore strasburghese Lazare Zetzner8, aveva appena pubblicato le opere (1598). La mistica renana ha parimenti molto influenzato gli autori dei primi scritti rosacrociani, in particolare attraverso Johann Arndt (1555-1621), di cui parleremo più avanti. Tuttavia la “Fama” e la “Confessio” attingono essenzialmente da tre correnti della Tradizione: il Paracelsismo, il Neo-Gioacchinismo, e l’Ermetismo del Rinascimento9.

Non è un caso che Paracelso sia il solo autore lodato dai Manifesti. Egli rappresenta in realtà una fonte essenziale delle idee che essi presentano. La necessità di mettere in comune delle conoscenze acquisite in diversi luoghi del mondo, il fatto che l’uomo sia un microcosmo, il riferimento al “Liber Mundi” e agli abitanti dei mondi elementari, o ancora la metafora del seme sono temi che i Manifesti prendono a prestito dal Paracelsismo. Aggiungiamo che nella tomba di Christian Rosenkreutz figurava un libro designato come il “Vocabolario di Theoph. P. ab Ho”, identificato come uno dei dizionari dei termini paracelsiani edito nel XVII secolo. Questi prestiti sono logici poiché, all’epoca dei Manifesti, i testi di Paracelso erano molto letti. Johann Huser, in seguito ad un vasto lavoro di ricerca dei manoscritti di Paracelso, aveva pubblicato fra il 1589 e il 1591 le sue “Opere complete”. Ne fece pubblicare una seconda edizione in dieci volumi fra il 1603 e il 1605 presso Lazare Zetzner, il futuro editore delle opere di Johann Valentin Andreae.

Neo-Gioacchinismo

Il Neo-Gioacchinismo è molto presente nei Manifesti. Come abbiamo mostrato in un articolo precedente, le teorie di Gioacchino da Fiore avevano riacquistato interesse nel XVI secolo, proprio come la Profezia di Elia o quella del Leone del Settentrione; altrettante predizioni annunciavano l’emergere di tempi nuovi. L’Ermetismo del Rinascimento è presente nei testi rosacrociani, in particolare con l’alchimia e la scienza dei numeri. Si nota tuttavia che la cabbala, ebrea o cristiana, vi occupa un posto infinitesimale. Altre influenze sono evidenti in ugual misura, come quelle del tempo, presentato come ciclico. Questi testi potrebbero molto probabilmente riferirsi all’Ismaelismo di cui Damcar era uno dei focolai.

Il Cerchio di Tübingen

Lo studio delle idee espresse nei Manifesti ci permette di delineare delle ipotesi sui loro autori. La maggior parte degli studiosi attuali sono concordi nel pensare che non siano l’opera di un uomo ma di un piccolo gruppo di studenti e ricercatori di Tübingen, una città del Wurtemberg. E’ chiamato il “Gruppo” o “Circolo di Tübingen”. Costituitosi verso il 1608 comprendeva una trentina di persone appassionate di alchimia, di cabbala, di astrologia e di mistica cristiana. Comprendeva: Johann Arndt, Johann Valentin Andreae, Tobias Hess, Abraham Hölzel, il pastore Vischer, Christoph Besold, e Wilhelm von Wense, per citare solo i più importanti. Essi progettarono una nuova riforma, complementare a quelle di Lutero e Calvino, ritenute insufficienti. Precedentemente due di loro, Tobias Hess e Abraham Hölzel, furono coinvolti in un movimento che faceva circolare nelle facoltà delle opere di esoterismo e di misticismo.

Johann Arndt

Johann Arndt (1555-1621), che Johann Valentin Andreae considerava come suo padre spirituale, potrebbe essere stato la guida del gruppo. Pasteur, teologo, medico, alchimista, appassionato di Tauler e Valentin Weigel10, fu un volgarizzatore de “L’imitazione di Gesù Cristo”. Secondo la sua lettera del 29 gennaio 1621 al duca di Brunswick, voleva allontanare gli studenti e i ricercatori dalla teologia polemica per riportarli ad una fede vivente, ad una pratica della devozione. Le sue tendenze mistiche si osservano nei suoi sermoni sui Vangeli o sul “Piccolo Catechismo” di Lutero, e nella sua raccolta di preghiere “Paradies Gärtlein Aller Christlichen Tugenden” (1612). Egli ha scritto uno dei testi di devozione più letti fino al XIX secolo: “I Quattro libri del vero cristianesimo” (1605-1610). Mistico e alchimista allo stesso tempo, ha tentato di integrare il patrimonio paracelsiano alla teologia medievale, e nei suoi libri, sviluppa l’idea di un’alchimia interiore, di una rinascita spirituale. E’ l’autore di un commento delle scene de “l’Anfiteatro della Saggezza Eterna” di H. Khunrath.

Roland Edighoffer ha mostrato che un intero passaggio della “Confessio Fraternitatis” che cita il Libro della Natura è tratto quasi parola per parola dall’ultimo volume dei “Quattro libri del vero cristianesimo” di Johan Arndt11. Nel suo “De Antiqua Philosophia” (1595), quest’ultimo insiste sul fatto che non nella teoria si trova la saggezza, ma nella pratica, idea che si ritrova nei Manifesti. Egli è considerato uno degli istigatori del pietismo. Nel 1691, J. Kelpius e i suoi discepoli portarono le sue opere verso il Nuovo Mondo.

Secondo una lettera di Johann Arndt ritrovata nelle carte del teosofo Christophe Hirsch, Johann Valentin Andreae avrebbe confessato di aver scritto la “Fama Fraternitatis” con altre trenta persone. Un’altra lettera di Johann Valentin Andreae al suo amico Comenius afferma la stessa cosa. Tuttavia l’autenticità di queste lettere pone dei problemi12.

Tobias Hess

Fra i membri del Circolo di Tübingen, Tobias Hess (1558-1614) è quello che sembra meglio sintetizzare i diversi elementi presentati nei Manifesti. Membro dell’Università di Tübingen, medico paracelsista, cabbalista, filosofo, ammiratore di Simon Studion, di Julius Sperber e di Gioacchino da Fiore, svolse probabilmente un ruolo fondamentale nella redazione della “Fama” e della “Confessio”. Nel 1605 è accusato di praticare la “naometria” e perseguito per aver promosso il millenarismo in pubblicazioni in cui si esprime in favore di una riforma mondiale. La “Fama” riproduce la sua idea secondo la quale si può dire “E’ falso affermare che ciò che è vero in filosofia è falso in teologia”. Fu inoltre accusato di essere stato l’istigatore di una società segreta. Anche se gli accusatori non danno il nome di questa società, è probabile che si tratti dell’Ordine della RosaCroce, il cui primo Manifesto circolava a quell’epoca sotto forma di manoscritto.

Tobias Hess era legato a Oswald Crowlius, un discepolo di Paracelso. Grazie ai suoi talenti di medico, Tobias Hess aveva guarito Valentin Andreae da una terribile febbre e quest’ultimo l’ammirava molto. E’ morto nel 1614, proprio prima dell’edizione dei Manifesti ed è Johann Valentin Andreae che pronunciò il suo elogio funebre (vedere illustrazione a p.10). Questo testo stampato successivamente e curiosamente, come segnala Roland Edighoffer, comprende due parole in corsivo, le sole del libro “Tobias Hess” e “Fama”, come per rilevare un legame fra i due. Bisogna menzionare un fatto sorprendente: nel 1616 Johann Valentin Andreae pubblica anonimamente “Theca gladii spiritus” (Il fodero della gloria dell’anima) indicando nella prefazione che è un libro di Tobias Hess. Ventotto passaggi di questo libro sono presi a prestito dalla “Confessio”! Più tardi egli ammetterà nella sua autobiografia che tutti i testi che figurano nel “Theca” sono suoi. Si deve concludere che sarà l’autore di una parte o di tutta la “Confessio Fraternitatis”?

Johann Valentin Andreae

A partire dal 1699, nella sua “Storia della Chiesa e degli eretici”, G. Arnold faceva di Johann Valentin Andreae l’autore dei Manifesti rosacrociani. Questa teoria fece testo per molto tempo. Bisogna dire che si tratta di un personaggio particolarmente interessante, ma avremo l’occasione di rievocare la sua personalità più a lungo quando tratteremo il terzo Manifesto: “Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz”. Johann Valentin Andreae si è tuttavia discolpato dall’accusa di essere legato alla RosaCroce, e in uno dei suoi libri “Menippus” (1617) parla molto severamente della Fratellanza della RosaCroce, che egli tratta come “ludibrium” cioè come farsa, come scherno. Tuttavia, come ha indicato Frances Yates, questi termini non sono necessariamente peggiorativi pronunciati da Andreae, poiché quest’ultimo dava grande importanza all’influenza morale dei racconti di fantasia e del teatro13. La sua produzione letteraria testimonia d’altronde questo interesse14. Aggiungiamo che per tutta la sua vita si sforzò di organizzare delle società o associazioni corrispondenti in numerosi punti al progetto presentato nei Manifesti. Sembra che sia essenzialmente per proteggere la sua carriera religiosa che egli prese ufficialmente posizione contro i Manifesti. Bisogna dire che un caso di calendario faceva coincidere la “Fama Fraternitatis” con il momento in cui egli riuscì infine, in seguito a numerosi problemi, a ottenere un posto di diacono a Vaihingen-sur Enz, dove sposò Elisabeth Grüninger, figlia di un pastore e nipote di un prelato luterano.

Esistono numerose speculazioni riguardo ai possibili autori dei Manifesti, tuttavia nessuno dà realmente soddisfazione. Anche se “l’autore” dei primi Manifesti conserva il suo segreto, Tobias Hess e Johann Valentin Andreae hanno svolto probabilmente un ruolo fondamentale nell’elaborazione dei testi.

Racconto iniziatico

Torniamo a Christian Rosenkreutz, il personaggio presentato dai Manifesti come il fondatore del Rosacrocianesimo. Si tratta di un personaggio reale o mitico? Tanto vale precisarlo, il testo non narra la biografia di un uomo, poiché si tratta di racconti iniziatici che presentano diversi aspetti. In generale si può dire che attraverso il viaggio di Christian Rosenkreutz, le sue tappe nei paesi arabi, poi in Spagna, si può ritrovare il cammino che hanno seguito le diverse scienze dell’esoterismo per passare dall’Oriente all’Occidente. Queste scienze, dopo aver conosciuto diversi sviluppi in Europa, erano pervenute ad un’espansione particolare con Paracelso. Dopo la sua morte, personalità come Valentin Weigel e altri erano riusciti a correggerne i difetti e ad arricchirle con la mistica reno-fiamminga. Ciò che propone il Rosacrocianesimo è di riprendere questa eredità e includerla nel corpus delle conoscenze di un’epoca che essi considerano sul limitare di una nuova era.

Molteplici elementi concorrono a dimostrare che i Manifesti sono dei racconti simbolici. Per esempio, le date importanti della vita di Christian Rosenkreutz corrispondono tutte a degli avvenimenti memorabili della storia. Il 1378, anno della sua nascita, corrisponde all’anno del grande scisma d’Occidente che contrappose Avignone a Roma. Quanto a quella della sua morte, 1484, corrisponde all’anno di nascita di colui che tenta di riformare il Cristianesimo: Martin Lutero. In realtà, anche se attualmente si considera che sia morto nel 1483, la stessa madre di Lutero esitava fra il 1483 e il 1484 e Lutero optò per il 1484. Esiste una tradizione astrologica che si basa su degli studi di Paulus Von Middleburg e Johannes Lichtenberg, che vedono nella congiunzione Giove/Saturno verificatasi nel 1484 nello Scorpione, la firma di tale nascita. E’ ugualmente significativo costatare che nel 1484 si collocano nella tomba di Christian Rosenkreutz degli scritti che ricordano i testi di Paracelso. Quest’ultimo non aveva ancora scritto nulla, dato che nascerà solo nel 1493. Aggiungiamo che il tema della riscoperta della tomba è un simbolo ricorrente nella Tradizione e avremo l’occasione di tornare su questo punto successivamente.

Dal simbolo all’invenzione c’è solo un passo ed alcuni autori non hanno esitato a farlo. Numerosi storici hanno sottolineato che gli autori dei Manifesti non avevano fatto altro che adattare le biografie dei personaggi reali per inventare Christian Rosenkreutz. Paul Arnold ha mostrato che molti mistici presentano strane somiglianze con Christian Rosenkreutz15. Anzitutto Gioacchino da Fiore che, in seguito ai suoi viaggi in Oriente intraprende la fondazione di una Fraternità. In seguito Rulman Merswin (1307-1382), il fondatore degli “Amici di Dio”16, vedere Geert Groote (1340-1384), il creatore dei “Fratelli della vita Comune”.

Quest’ultimo gruppo fu il promotore della “Devotio Moderna”, un movimento spirituale che metteva l’accento sull’esperienza interiore. La più bella gemma di questo movimento è il libro “L’Imitazione di Gesù Cristo”, un testo che avrà molta influenza sull’ambiente rosacrociano17. L’osservazione di Paul Arnold non è priva di interesse, poiché anche se esistono delle differenze notevoli fra queste personalità e Christian Rosenkreutz il parallelo è sorprendente. Inoltre, numerose idee di questi mistici si ritrovano nei Manifesti.

E’ possibile esaminare le cose da un’altra angolazione. In realtà, i Manifesti possono anche leggersi come il racconto di un’esperienza spirituale. Certo, essi si inseriscono in un contesto storico indiscutibile, ma come ogni racconto iniziatico, sono legati a una metastoria che va oltre la semplice cronologia. Lasciamo il campo della storia per collocarci ad un altro livello. Questo sarà l’argomento del nostro prossimo articolo che ci condurrà verso la “Terra di Smeraldo”, cara a Henry Corbin. Questo studio costituirà una tappa intermedia prima dell’esame del terzo Manifesto rosacrociano: “Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz”.

Note

  1. Papus ha fatto una traduzione francese di questo testo alla fine del suo “Traité élémentaire de sciences occultes” (“Trattato elementare di scienze occulte”), Paris, 1903. ↩
  2. “Les Langues occultes de la Renaissance” (“Le lingue occulte del Rinascimento”), Paris, 1996, Dejonquère, cap. IV, pp. 101-115. ↩
  3. Vedere “Le Mystère des cathédrales” (“Il Mistero delle cattedrali”) Paris, 1983, J.-J. Pauvert, p. 139. ↩
  4. Ibid., pp. 138-139. ↩
  5. Le citazioni di questo Manifesto sono tratte dalla traduzione di Bernard Gorceix “La Bible des Rose-Croix” (“La Bibbia dei RosaCroce”), Paris, 1970, PUF. ↩
  6. Henry Corbin, “En Islam iranien” (“Nell’Islam iraniano”), Paris 1972, Gallimard, vol. I, XXIX. Torneremo su questo punto fondamentale nel nostro prossimo articolo. ↩
  7. Vedere “L’Alchimie au XVIIe siècle” (“L’Alchimia nel XVII secolo”), sotto la direzione di Franck Greiner, Paris, 1999, Chrysopeia, vol.6 p. 7. ↩
  8. Fu l’editore di numerosi testi alchemici. A lui si deve il celebre “Theatrum Chemicum” (6 vol.), le “Opere complete” di Paracelso, “Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz” (10 vol.) e diverse altre opere di Johann Valentin Andreae, di Christoph Besold… ↩
  9. Antoine Faivre, “Les Manifestes et la Tradition” (“I Manifesti e la Tradizione”), in “Mystiques Théosophes et Illuminés au siècle des Lumières” (“Mistici Teosofi e Illuminati nel secolo dei Lumi”), Hildesheim – New York, 1976, Olms, p.94. ↩
  10. Vedere C. Rebisse, “La triplicità del Fuoco” rivista Rosa-Croce edizione francese n° 190 – estate 1999, p. 8. ↩
  11. R. Edighoffer, “Les Rose-Croix et la crise de conscience européenne au XVIIe siècle” (“I RosaCroce e la crisi di coscienza europea nel XVII secolo”), Paris, 1998, Dervy, pp. 296-297. ↩
  12. Vedere Paul Arnold, “Histoire des Rose-Croix et les origines de la Franc-Maçonnerie” (“Storia dei RosaCroce e le origini della Franco-Massoneria”), Paris 1990, Mercure de France, pp. 120-122, che nonostante tutto ritiene che questa informazione sia verosimile. ↩
  13. Vedere “La Lumière des Rose-Croix” (“La Luce dei RosaCroce”), Paris, 1985, Retz, pp. 70-71 e 172. ↩
  14. Roland Edighoffer ha studiato nei dettagli le opere di questo autore in “Rose Croix et Société Idéale selon Johann Valentin Andreae” (“RosaCroce e Società Ideale secondo Johann Valentin Andreae”), Neuilly-sur Seine, 1982, Arma Artis. ↩
  15. “Histoire des Rose-Croix…” (“Storia dei RosaCroce…”) op.cit., cap.V, pp. 136-156. ↩
  16. Su questo gruppo, vedere Bernard Gorceix, “Les Amis de Dieu en Allemagne au siècle de Maître Eckhart” (“Gli Amici di Dio in Germania nel secolo di Maestro Eckhart”), Paris, 1984, Albin Michel, e Henry Corbin, “En Islam Iranien” (“Nell’Islam Iraniano”), op. cit. libro VII. ↩
  17. L’“Imitation de Jésus-Christ” (“Imitazione di Gesù-Cristo”) (1471) di Thomas a Kempis è, dopo la Bibbia, uno dei libri più letti nella cristianità. Theophilus Schweighard (Daniel Mögling), in “Speculum Sophicum Rhodo-Stauricum…” (1618), dice che leggendo Thomas a Kempis si è “già per metà RosaCroce”. ↩