Capitolo III della «Storia del Rosacrocianesimo». In questo capitolo: I Ragguagli di Parnaso, La Riforma di Apollo, La Fama Fraternitatis, L’Arabia Felice, Fez, città d’oro e altro.

Alla vigilia dell’edizione dei Manifesti rosacrociani, la crisi morale genera inquietudine e disordini in Europa. Tutti aspirano ad una “nuova Riforma”. In questo contesto la RosaCroce lancia il suo appello proponendo delle informazioni atte a ripristinare l’armonia. In generale si può dire che l’Ordine della RosaCroce propone l’Ermetismo come soluzione all’atmosfera d’angoscia. A questo scopo fa pubblicare nel 1614, nella tipografia Wilhelm Wessel di Kassel, un Manifesto anonimo che chiama per comodità “Fama Fraternitatis”. Ciononostante il suo titolo completo è: “Riforma universale e generale del mondo intero; con la Fama Fraternitatis della encomiabile Fraternità della RosaCroce scritta per tutti gli eruditi/dotti e sovrani d’Europa; parimenti una breve risposta di Hern Haselmayer per la quale egli è stato arrestato e messo ai ferri in una galera. Oggi pubblicata e comunicata a tutti i cuori sinceri”. Il testo che ne costituisce la parte centrale, la “Fama Fraternitatis”, circolava già in Germania dal 1610 sotto forma di manoscritto e sarà il solo ad essere conservato nelle edizioni moderne di questo Manifesto.

I Ragguagli di Parnaso

Introdotto da una breve prefazione, il primo Manifesto rosacrociano si compone di tre testi distinti. Il primo evoca la necessità di una Riforma generale del mondo. Benché niente lo indichi, si tratta di una traduzione dell’Avviso settantasette del libro di Traiano Boccalini intitolato “I Ragguagli di Parnaso”. Generalmente questo testo è poco conosciuto, tuttavia è importante nella misura in cui inserisce il progetto rosacrociano nel suo contesto: la necessità di riorganizzazione di un’Europa dilaniata. È dunque interessante presentarne il proposito. L’autore, un amico di Galileo, appartiene alla corrente antipapale veneziana di Paolo Sarpi. Quest’opera satirica, pubblicata nel 1612, se la prende con il tentativo egemoniaco degli Asburgo sull’Europa cristiana. Nello stile dello “Spaccio” di Giordano Bruno, è scritto sotto forma di dialogo mitologico.

La Riforma di Apollo

I “Ragguagli di Parnaso” raccontano che Apollo apprese dall’imperatore Giustiniano della disperazione degli abitanti della Terra per le incessanti controversie che li mettevano uno contro l’altro. Apollo, invia presso gli uomini innumerevoli guide e filosofi con lo scopo di insegnare loro la buona condotta morale, e proporre una Riforma universale per restituire all’umanità la sua purezza primitiva. Per condurre a buon fine il progetto convoca al Parnaso i sette Saggi della Grecia, come Catone, Seneca e altri e ciascuno presenta la sua proposta. Per Talete la causa principale dei mali dell’umanità sono l’ipocrisia e la dissimulazione, suggerisce così di aprire una finestrella nel cuore degli uomini per imporre il candore e la trasparenza nelle loro relazioni. Ma qualcuno solleva obiezioni: se tutti potranno leggere nel cuore dei principi che dirigono questo mondo, diverrà impossibile governare! La proposta di Talete è subito abbandonata.

Solone pensa che i disordini siano provocati dall’odio e dall’invidia che infuriano fra gli uomini. Consiglia quindi di diffondere la carità, l’amore e la tolleranza fra loro e aggiunge che se i beni fossero ripartiti più equamente le cose andrebbero molto meglio. Si levano ancora le critiche e i Saggi del Parnaso gridano all’utopia. Catone propone una soluzione estrema: un nuovo Diluvio per sopprimere in un colpo solo tutti i “cattivi”. Infine, dopo che tutti avevano esposto la loro idea, il progetto di Riforma universale di Apollo si chiude con una regolamentazione del prezzo dei legumi e delle acciughe…

Con questa satira, Traiano Boccalini mostra quanto le istituzioni, siano esse religiose, politiche o filosofiche, sono incapaci di far evolvere le cose.

La Fama Fraternitatis

Dopo questo primo testo viene la “Fama Fraternitatis” propriamente detta, uno scritto molto breve, soltanto una trentina di pagine di un libro che in totale ne conta 147. Malgrado il volume ridotto, costituisce il cuore del primo Manifesto rosacrociano. Qui, i fratelli della Fraternità della RosaCroce si rivolgono alla classe dirigente, ai religiosi e agli scienziati europei. Dopo aver salutato l’epoca felice che ha visto tante scoperte apportate da spiriti illuminati, essi sottolineano che sfortunatamente tali scoperte non hanno apportato all’umanità la luce e la quiete alle quali essa aspira. Biasimano gli uomini di scienza, più preoccupati del successo personale che di mettere le proprie competenze al servizio dell’umanità. Additano coloro che rimangono attaccati alle vecchie dottrine, i sostenitori del papa1, della filosofia di Aristotele e della medicina di Galeno, coloro che rifiutano di rimettersi in discussione. I fratelli della RosaCroce citano il contrasto che regna fra teologia, fisica e matematica. Questa posizione ricorda il modo in cui Enrico Cornelio Agrippa definiva quella che egli presentava come la vera scienza: la magia. In realtà, all’inizio del primo libro del suo “De Occulta Philosophia”, presenta quest’ultima come la realizzazione di tutte le scienze, poiché ogni filosofia si divide in tre branche di sapere, che si completano: fisica, matematica e teologia2. Dopo questo “inventario dei luoghi” della loro epoca, i fratelli della RosaCroce propongono di offrire ai loro contemporanei una conoscenza rigeneratrice. Tale conoscenza degli assiomi infallibili viene loro dal padre C.R., il fondatore della loro Fratellanza. Quest’ultimo anticamente gettò le fondamenta di una “Riforma universale”.

Chi è dunque questo personaggio strano? Colui che racconta il seguito della “Fama Fraternitatis”, è Christian Rosenkreutz, un giovane Tedesco (la “Confessio Fraternitatis” ci farà sapere che è nato nel 1378). All’età di sedici anni egli accompagna un fratello del convento incaricato della sua educazione ad un pellegrinaggio al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Il periplo verso l’Oriente sarà per lui un vero viaggio iniziatico. Il suo compagno muore a Cipro. La Tradizione fa di questo luogo il teatro della nascita di Afrodite (Venere), la cui unione con Ermete farà nascere Ermafrodito, un bambino androgino. L’allusione a Cipro, nella biografia di Christian Rosenkreutz non è priva di una connotazione alchemica. Annuncia già dei temi che saranno sviluppati nelle “Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz”.

L’Arabia Felice

Nonostante la morte del compagno, Christian Rosenkreutz decide di continuare il viaggio, ma cambia destinazione per recarsi a Damcar. Questa città, contrariamente a quanto a volte si dice, non è Damasco, ma proprio Damcar, una città a sud-ovest della penisola arabica, come indica l’Atlante di Mercatore (1585). Essa è anche menzionata da Abraham Ortelius nel suo “Theatrum Orbis Terrarum”, come una città dell’“Arabia Felice”. La contrada era conosciuta per aver preservato il “Corpus Hermeticum”3. Damcar possedeva un’università che non contava meno di cinquecento studenti4. Questa regione dello Yemen, celebre per il suo incenso, è stata il focolaio dell’Ismaelismo. Sotto l’impulso dei Fratelli di Basra, ha dato origine ad un’importante enciclopedia che raccoglieva ogni genere di conoscenze, d’ordine sia scientifico che esoterico. Henri Corbin, molto interessato a questa branca dell’Islam che porta molte tracce di esoterismo, si dilettava a immaginare un dialogo fra i fratelli della RosaCroce e i “Fratelli dal cuore puro” di Basra, e vedeva nelle due Fratellanze un progetto simile5. Émile Dantinne aveva fatto un’osservazione dello stesso tipo un po’ prima6. A Damcar, Christian Rosenkreutz incontra dei magi che gli trasmettono importanti conoscenze, in particolare in fisica e in matematica, al punto che egli diventa capace di trascrivere in latino il “Libro M.” cioè il “Libro del Mondo”. Al termine di tre anni di studi, riprende la strada, e, dopo un breve soggiorno in Egitto, si reca a Fez.

Fez, città d’oro

Secondo il geografo Léon l’Africano (XVI secolo) questa città del Marocco era un centro dove numerosi intellettuali si davano appuntamento. Gli studenti vi affluivano perché possedeva delle ricche biblioteche. Dall’epoca omeyyade (661) vi si insegnava l’alchimia di Abu-Abdallah, dell’imam Ja’far al-Sâdiq e di Jâbir ibn Hayyân (Géber), ma anche la magia e l’astrologia d’Ali-ash-Shabrâmallishi7. Léon l’Africano precisa che a Fez si praticava una forma di magia teurgica che, a partire da una sorta di pantacolo circolare tracciato sul suolo, permetteva di avvicinare i mondi invisibili. La “Fama Fraternitatis” ci precisa che “la magia di questi abitanti di Fez non era assolutamente pura”. Ciò che impressiona particolarmente Christian Rosenkreutz, è lo spirito di condivisione che regna negli uomini di scienza di questa città, contrariamente a ciò che accade in Germania, dove ciascuno tenta di “tenere tutta la greppia per sé”8. In questa città, Christian Rosenkreutz, perfeziona le sue conoscenze sull’armonia dei cicli della storia, e comprende anche che, proprio come un seme contiene l’albero in germe, così il microcosmo, l’uomo, contiene il macrocosmo con tutte le sue componenti (natura, lingua, religione, medicina). Gli autori della “Fama Fraternitatis” prendono a prestito questa visione delle cose da Paracelso che, nella sua “Philosophia sagax” dice “… in questo senso anche l’uomo è un seme e il mondo è la sua mela, e ciò che vale per il seme nella mela vale allo stesso modo per l’uomo nel mondo di cui è circondato9”.

A Fez, Christian Rosenkreutz comprende che l’insieme delle leggi che governano tutti i campi del sapere sono in armonia con il Divino. Dopo aver completato le sue conoscenze in matematica, in fisica e di magia, egli prende contatto con gli “abitanti elementari che gli consegnano i loro segreti”. Questi ultimi sono probabilmente quelli che Paracelso evoca nel suo “Trattato di Ninfe, Silfi, Pigmei, Salamandre e altri esseri”. Questi esseri, che Paracelso diceva di aver visto lui stesso, pur avendo apparenza umana, non discendono da Adamo ma hanno un’origine diversa. Al loro contatto, gli uomini possono apprendere i segreti della Natura.

La dimora dello Spirito Santo

Dopo questo periplo iniziatico, Christian Rosenkreutz rientra in Europa. Si ferma in Spagna per proporre agli uomini di scienza del suo tempo di condividere il suo sapere. Tuttavia, presto si rende conto che essi non desiderano rimettere in discussione le loro conoscenze. Gli autori della “Fama Fraternitatis” fanno della Spagna il simbolo degli uomini chiusi in una dottrina che non desiderano rimettere in causa, a rischio di veder contestata la loro autorità.

Deluso dell’attitudine chiusa dei saggi spagnoli e dopo aver subito le stesse critiche in altri paesi, Christian Rosenkreutz rientra in Germania, dove tenta di mettere per iscritto l’insieme delle conoscenze raccolte in Oriente. Il suo scopo è creare una società capace di educare i principi d’Europa perché divengano delle guide illuminate. Dopo cinque anni di lavoro, si circonda di un primo gruppo di tre discepoli che lo assistono nei suoi progetti. Nasce così la Fratellanza della RosaCroce. Insieme, il Maestro e i suoi discepoli redigono la prima parte del “Libro M”. In seguito la Fratellanza si allarga con altri quattro fratelli. Si stabilisce allora in una nuova casa chiamata la “dimora dello Spirito Santo”. La Fratellanza rimane appartata e Christian Rosenkreutz muore all’età di centosei anni, nel 1484. Nel 1604, molto tempo dopo la morte di questo primo gruppo di rosacrociani, i fratelli effettuando dei lavori nei loro edifici ritrovano fortuitamente il sepolcro di Christian Rosenkreutz. Sulla porta di questo sepolcro figurava l’iscrizione: “Io mi aprirò fra centoventi anni”. Nella cripta, concepita come un “compendio dell’universo”, essi scoprono una quantità di oggetti scientifici, fino ad allora sconosciuti, e dei testi che racchiudono tutto il sapere raccolto anticamente dal loro Maestro.

La tomba di C. Rosenkreutz

La scoperta di una tomba misteriosa contenente dei manoscritti è un tema frequente nella letteratura alchemica. A questo titolo, il caso di Basilio Valentino, di cui si scoprì un manoscritto nell’altare della chiesa di Erfurt, ricorda quello di Bolos il Democriano. Più celebre ancora è la scoperta della tomba di Ermete Trismegisto da parte di Apollonio di Tiana. Quest’ultimo racconta che in questo sepolcro ha trovato un vecchio seduto su un trono che teneva una tavoletta di smeraldo sulla quale figurava il testo della famosa “Tavola di Smeraldo”. Davanti a lui si trovava anche un libro che spiegava i segreti della creazione degli esseri e la scienza delle cause di tutte le cose10. Questo simbolismo richiama l’idea che bisogna “visitare le viscere della Terra per trovare la Pietra Filosofale”. Gerhard Dorn, nel suo “Congeries Paracelsicae Chemiae” (1581), dà questo senso al “Vitriol”11, termine che è tuttavia strettamente legato ad Ermete Trismegisto, poiché è associato ad un disegno alchemico intitolato “La Tavola di Smeraldo”12. D’altronde, la Tavola di Smeraldo che Ermete teneva fra le mani non manca di prefigurare il libro intitolato “T” di Christian Rosenkreutz.

La sala in cui si trova la tomba di Christian Rosenkreutz ha la forma di una cupola in ettaedro. Come ha sottolineato Frances A. Yates, la disposizione della tomba evoca “La Porta” dell’“Anfiteatro della saggezza Eterna” di Henri Khunrath, tavola IV, 160313 (vedere stampa a pag. 12). Posta al centro della cripta, la tomba nella quale riposa il corpo perfettamente conservato di Christian Rosenkreutz, è di forma circolare. È ricoperta da una lastra gialla di rame sulla quale sono raffigurate delle formule enigmatiche. Una di queste enuncia: “Il vuoto non esiste”. Oltre al fatto che allude alla controversia già menzionata, questa formula richiama un dialogo fra Ermete e Asclepio del “Corpus Hermeticum” (trattato II). Come vedremo più avanti, il terzo Manifesto rosacrociano comprende anch’esso diverse allusioni ai testi attribuiti a Ermete Trismegisto.

Paracelso e Rosenkreutz

Fra i diversi scritti che figurano sulla tomba di Christian Rosenkreutz, è importante segnalare il libro “T” che egli tiene fra le mani, come pure quello designato come il “Vocabolario di Theoph. P. ab Ho”. Quest’ultimo testo è probabilmente uno dei dizionari del vocabolario di Paracelso, in particolare il “Dictionarium Theophrasti Paracelsi continens obscuriorum vocabularum…” pubblicato nel 1548 da Gerhard Dorn, un suo discepolo. Bisogna notare che Paracelso è il solo autore al quale fa riferimento la “Fama Fraternitatis”. D’altra parte, i temi che sono sviluppati in questo Manifesto provengono in gran parte dalle sue opere o da quelle dei suoi discepoli. Il “Libro M”, citato precedentemente, si riferisce direttamente alle sue idee. Noi non svilupperemo questo tema, dato che avremo occasione di farlo nella presentazione della “Confessio Fraternitatis”. Invece si può sottolineare che la concezione dell’alchimia di Paracelso si ritrova nel primo Manifesto, in particolare nel modo in cui essa colloca la Grande Opera, cioè come un lavoro “preliminare di poca importanza” rispetto al cammino spirituale dei RosaCroce. Attraverso questa posizione, la RosaCroce si toglie il marchio della moda alchemica che attraversa la Germania a quell’epoca e che dà luogo a molti eccessi.

Dopo aver raccolto i tesori di conoscenza che figuravano nella tomba di Christian Rosenkreutz, i fratelli della RosaCroce la richiudono. Forti di questa eredità basata su degli assiomi immutabili, si sentono in grado di condurre a buon fine la “Riforma generale divina e umana” progettata un tempo dal loro Maestro. La “Fama Fraternitatis” rivela che, proprio come i fratelli hanno scoperto un tesoro di conoscenze dopo aver rotto il muro che celava l’apertura della tomba, allo stesso modo, quando l’Europa avrà abbattuto le sue vecchie credenze che sono altrettanti muri al suo avanzamento e avrà adottato un nuovo sapere, vedrà aprirsi una nuova era. Ciononostante, come riporta la “Fama Fraternitatis”, la conoscenza che propongono i rosacrociani non è nuova: “…essa è conforme a quella che Adamo ereditò dopo la Caduta”. Si tratta dunque di instaurare nuovamente un sapere perduto che alcuni uomini si sono dedicati a perpetuare. D’altronde nel primo manifesto si trovano i nomi di alcuni trasmettitori di questa Tradizione Primordiale, nomi che ricordano quelli citati da Marsilio Ficino in un contesto simile.

Haselmayer

La “Fama Fraternitatis” termina con un invito agli uomini di scienza e ai sovrani d’Europa a riunirsi alla Fratellanza rosacrociana per condividere la sua Conoscenza riformatrice. Tuttavia questo appello è strano nella misura in cui si precisa che “anche se attualmente non abbiamo indicato né il nostro nome né la nostra assemblea, è certo che le opinioni di tutti, in qualsiasi lingua siano redatti, ci perverranno”. Il testo indica in effetti che la residenza dei RosaCroce deve “rimanere vergine, intatta, sconosciuta, celata con cura, per l’eternità agli occhi del mondo empio”. Il messaggio sarà recepito e delle lettere aperte ai RosaCroce saranno stampate in diversi punti d’Europa, quale quella pubblicata alla fine del primo Manifesto rosacrociano. Il testo di questa lettera è quello che Adam Haselmayer aveva pubblicato nel 1612 sotto il titolo di “Risposta all’encomiabile Fraternità dei teosofi RosaCroce”, dopo aver letto il manoscritto del Manifesto che circolava nel Tirolo nel 1610. Parecchi autori hanno pensato così che si trattasse di un personaggio mitico. In realtà non è affatto vero e Carlos Gilly, in seguito a pazienti ricerche è riuscito a ricostruire la biografia di questo paracelsiano14, grande collezionista di manoscritti alchemici.

Adam Haselmayer era così entusiasta della “Fama Fraternitatis” che domandò all’arciduca Massimiliano una sovvenzione per partire alla ricerca dei “RosaCroce”. Il testo della sua “Risposta” al Manifesto rosacrociano è fortemente caratterizzata dalla profezia del “Leone del Settentrione”. Pensando che la fine dei tempi fosse prossima, egli riteneva che i RosaCroce fossero “coloro che Dio ha fatto per diffondere l’eterna verità teofrastica e divina”. Egli pensa quindi che sia diventato inutile frequentare la Chiesa, attitudine che lo rende presto sospettato di eresia. Rifiutando di ritrattarsi è condannato al carcere nell’ottobre 1612, dove resterà quattro anni e mezzo. Tuttavia, egli sembra aver beneficiato di condizioni particolari poiché durante questo periodo è rimasto in contatto epistolare con diverse personalità appassionate d’alchimia. Secondo Carlos Gilly, l’entusiasmo di Adam Haselmayer è eccessivo e le sue posizioni non sono totalmente in accordo con la filosofia rosacrociana.

Ermete e Rosenkreutz

Come si può osservare, è in un contesto di crisi morale che il primo Manifesto propone un progetto di riforma, nel quale l’esoterismo occupa un posto di primo piano. La RosaCroce si colloca nella continuità dell’esoterismo del Rinascimento al quale essa aggiunge delle preoccupazioni mistiche specificamente cristiane. Si nota anche che questo primo Manifesto non esita a prendere le distanze dagli “alchimisti” dell’esoterismo, proprio come con una religione sclerotizzata. I Rosacrociani vogliono avvicinare scienza, esoterismo e misticismo in un progetto ottimista di Riforma che è fortemente marcato dal paracelsismo. Se la RosaCroce si colloca sulla scia di una Tradizione Primordiale quale fu definita nel Rinascimento, essa relega tuttavia l’Egitto in secondo piano. L’enigmatico Ermete Trismegisto, la cui legittimità è stata messa in dubbio da Isaac Casaubon nel 1614, sparisce a vantaggio di un personaggio più umano, Christian Rosenkreutz. Questo personaggio è esistito realmente o siamo in presenza di un simbolo? Chi ha scritto questo primo Manifesto? Tratteremo questi temi un po’ più avanti, poiché dovremmo prima esaminare il secondo Manifesto rosacrociano, la “Confessio Fraternitatis”. Questo studio sarà oggetto del nostro prossimo articolo.

Note

  1. Segnaliamo che il manoscritto che servì a T. Vaughan per fare la sua traduzione si chiamava “Popery” che egli tradusse Porphyre (porfido). Eppure è proprio del Papa che si tratta. (N.d.t. volume primo de “La Filosofia Occulta o la Magia” Roma, Ed. Mediterranee 1972, 1991; tradotta da Alberto Fidi con introduzione di Arturo Reghini, pp. 3-8) ↩
  2. “La Magie naturelle” (La magia naturale), [libro I della “Philosophie Occulte” (Filosofia Occulta)], Parigi 1982, Berg, tradotta e commentata da Jean Servier, pp. 32-37. ↩
  3. Su questo punto, vedere “Les Sabéens” (I Sabei), in “Egitto e Tradizione Primordiale”, rivista Rosa-Croce (N.d.t.: edizione francese) n. 188, pp. 9-10. (N.d.t.: rivista Rosa-Croce, edizione italiana n. 16 pag. 9). ↩
  4. La prima edizione della Fama scriveva “Damascus”, ma l’erratum della stessa opera precisa che bisogna leggere “Damcar”. “L’Encyclopédie de l’Islam” (L’Enciclopedia dell’Islam), Leyde-Paris, 1965, t. II, p. 224 evoca questa città sotto il nome di Dhamâr. ↩
  5. Henri Corbin, “L’Imagination créatrice dans le soufisme d’Ibn Arabî” (L’immaginazione creatrice nel sufismo di Ibn Arabî), Parigi 1955, poi 1993, Aubier, p. 20. ↩
  6. Vedere Émile Dantinne, “De l’origine islamique de la Rose-Croix” (Dall’origine islamica della RosaCroce), rivista “Inconnues” (incognite) n. 4, 1950, pp. 3-17. ↩
  7. Vedere Brockelmann, “Gesch. Der arabischen Literatur”, t. II. ↩
  8. Per questo studio, facciamo riferimento a due edizioni dei Manifesti. La prima è quella stampata dalla Diffusion Rosicrucienne nel 1995 con il titolo generale di “La Trilogie des Rose-Croix” (La Trilogia dei RosaCroce). Poiché questa edizione francese si basa sulla traduzione inglese che Thomas Vaughan aveva realizzato nel 1652 partendo da un manoscritto tedesco, che circolava allora in Inghilterra, ci sembra utile rinviare il lettore anche alla traduzione di Bernard Gorceix “La Bible des Rose-Croix” (La Bibbia dei RosaCroce), PUF (1970), che si basa direttamente sull’originale tedesco. Prendiamo le citazioni di questo articolo da tale edizione. ↩
  9. Vedere Roland Edighoffer, “Les Rose-Croix et Paracelse” (I RosaCroce e Paracelso), rivista “Ariès” n. 19, 1998, p. 71, dalla quale prendiamo la traduzione del testo di Paracelso. ↩
  10. Vedere rivista “Rosa-Croce” (N.d.t.: edizione francese) n. 188 p. 10 (N.d.t.: rivista Rosa-Croce edizione italiana n. 16, pag. 10) ↩
  11. “Visitetis Interiora Terra Rectificando Invennietis Occultum Lapidem”, V.I.T.R.I.O.L. ↩
  12. Questo disegno fu pubblicato per la prima volta con il titolo di “Tabula Smaragdina Hermetis” in “Aurei Velleris Oder der Güldin Schatz und Kunstkammer, Tractatus III”, Rorschach, 1599, con il suo poema: “Du secret des Sages, ou interprétation et explication du tableau ou de la figure” (Dal segreto dei Saggi, o interpretazione e spiegazione del quadro o della figura). Si ritroveranno in “Symboles secrets des Rosicruciens des XVIe et XVIIe siècles” (Simboli segreti dei Rosacrociani dei secoli XVI e XVII) (1785). Vedere pp. 15-17 di questo libro edito dalla Diffusion Rosicrucienne e la riproduzione di questo disegno a p. 8 di questa rivista (N.d.t. edizione francese). Antoine Faivre, in “Présence d’Hermès Trismégiste” (Presenza di Ermete Trismegisto) (Parigi 1989, Albin Michel), ha pubblicato uno studio sulle diverse versioni di questa figura. ↩
  13. “La Lumière des Rose Croix” (La Luce dei RosaCroce), Parigi, 1985, Retz, p. 56. ↩
  14. Carlos Gilly, “Adam Haslmayr, der erste Verkünder der Manifeste Der Rosenkreuze”, Amsterdam, In de Pelikaan, Bibliotheca Philosophica Hermetica, 1994. ↩