Capitolo VIII (prima parte) della «Storia del Rosacrocianesimo». In questo capitolo: René Descartes, I tre sogni, I manifesti a Parigi, Polybe il Cosmopolita, L’Olanda e altro.
Sebbene l’inizio della guerra dei Trent’Anni, innescata dalla battaglia della Montagna Bianca (1620), segni la fine dello sviluppo rosacrociano in Germania, gli scritti rosacrociani diffusi in Europa avevano reso sensibili al loro messaggio molti filosofi fra i quali è spesso citato René Descartes. Molti storici dell’esoterismo hanno voluto fare di lui un RosaCroce nel vero senso del termine. Uno dei principali responsabili di questa posizione è il vescovo d’Avranches, Daniel Huet, il quale nel 1692, con lo pseudonimo di G. de l’A., pubblicò «Nuove Memorie per servire alla storia del cartesianesimo», una satira che pretende di fare rivelazioni su Descartes. Vi si apprende che questi ha portato la RosaCroce in Francia e che è uno degli Ispettori dell’Ordine. Daniel Huet aggiunge che il filosofo non è morto nel 1650, poiché vivrà cinquecento anni e ritirato presso i Lapponi dove dirige l’Ordine. Questo libro pieno di cose inverosimili è alla base di una parte della leggenda rosacrociana di Descartes. Più vicino a noi anche Charles Adam, nella sua edizione delle «Opere complete» di Descartes, considera il filosofo un iniziato rosacrociano (1937).
René Descartes
Nel periodo che precede la guerra dei Trent’Anni, René Descartes (1596-1650) s’interessa alla RosaCroce. La carriera militare intrapresa nel 1617, lo conduce in Olanda e in Germania.
Durante questi viaggi entra in relazione con Johan Faulhalbert, un brillante matematico che s’interessa di astrologia, cabala e alchimia. Fu uno dei primi a pubblicare, fin dal 1615, un libro dedicato alla RosaCroce: «Mistero aritmetico o Scoperta cabalistica e filosofica, nuova, mirabile ed elevata, secondo la quale i numeri sono calcolati razionalmente e metodicamente. Dedicato con umiltà e sincerità agli Illustri e celebri Fratelli della RosaCroce»1.
René Descartes nella sua corrispondenza con Isaac Beeckman, medico, filosofo e matematico, rivela il proprio interesse per le scienze occulte, in particolare per Cornelio Agrippa e Raimondo Lullo (aprile 1619); grazie ai quali, probabilmente, prende visione dei Manifesti rosacrociani. Il suo biografo, A. Baillet, afferma che lo elogiarono per le sue conoscenze straordinarie già detenute da una confraternita di saggi istituita da qualche tempo in Germania con il nome di Fratelli della RosaCroce. «L’impulso ad emulare questi RosaCroce fu in lui più forte della notizia, pervenutagli al tempo della sua maggiore difficoltà, circa i mezzi che doveva utilizzare per la ricerca della Verità»2.
Incuriosito, nel marzo del 1619 decide di partire alla loro ricerca e in agosto, arrivato in Boemia, assiste all’incoronazione di Ferdinando di Stiria a Francoforte3. Alcuni storici pensano che approfittò del viaggio per recarsi al castello di Heidelberg. D’altronde, molti passaggi del suo «Trattato dell’Uomo» e degli «Esperimenta» sembrano evocare gli automatismi costruiti da Salomon de Caus nei giardini di questo castello. Il luogo era talmente rinomato che ogni intellettuale doveva passarvi, come probabilmente fu nel caso del nostro filosofo. Inoltre, come ha rilevato Frances Yates, l’interesse che René Descartes nutriva per la corte di Heidelberg verso la fine della sua vita, lascia pensare che egli ne conoscesse la gloria passata e incita a chiedersi quali furono le sue vere relazioni con quest’alto luogo del rosacrocianesimo4.
I tre sogni
In questo periodo René Descartes è nel pieno della sua ricerca di conoscenza. Ha appena scoperto due dei tre problemi matematici che nessun saggio sin dall’Antichità era riuscito a risolvere: la duplicazione del cubo e la trisezione dell’angolo. Nel marzo 1619, annuncia al suo amico Isaac Beeckman che sta lavorando per fondare «una scienza completamente nuova […] un metodo universale che va oltre la matematica» e permette di risolvere qualsiasi problema. Prova un esaltante giubilo, tanto è felice di aver trovato i fondamenti di una mirabile scienza. Trascorre la giornata del 9 novembre a meditare sull’oggetto della sua ricerca e durante quella notte, vicino a Ulma, fa tre sogni che sconvolgeranno la sua esistenza. Nel primo è sospinto da un vento impetuoso verso un misterioso collegio dove incontra un uomo che gli dona un melone. Si sveglia e, temendo che il sogno derivasse da una cattiva ispirazione recita una preghiera. Appena si riaddormenta fa un secondo sogno, seguito da un terzo. In essi gli si presentano un dizionario e una raccolta di poesie in cui la filosofia è unita alla saggezza. Consultando la raccolta si sofferma sulle parole: «Quale cammino seguirò nella vita?».
L’interpretazione di questi tre sogni ha suscitato numerosi commenti. Come hanno costatato diversi autori, gli eventi che visse nel corso di questi sogni assomigliano a diversi episodi riportati nel testo «Le Nozze Chimiche di Christian Rosenkreutz»5. René Descartes è cosciente di aver vissuto un’esperienza fondamentale e tenta subito di analizzarla. Giudica i sogni talmente importanti che li trascrive in una raccolta intitolata «Olimpica». Quest’esperienza gli conferma che è sulla buona strada e che la matematica è una chiave essenziale per comprendere i misteri della Creazione. Per la collaboratrice di C. G. Jung, Marie-Louise von Franz, l’illuminazione vissuta da Descartes può essere considerata un’irruzione dell’inconscio collettivo che lo ha condotto ad una comprensione intuitiva degli archetipi veicolati dai numeri6. Descartes stesso affermerà che si tratta della «Questione più importante della mia vita» e, fino alla sua morte, conserverà sempre questo testo con sé. Quattro anni più tardi, nel 1623, ritorna a Parigi ed è allora che il suo nome si trova associato alla RosaCroce.
I manifesti a Parigi
Effettivamente, quello stesso anno, un manifesto affisso sui muri di Parigi annuncia la presenza: “visibile e invisibile” dei RosaCroce. Gérard Naudé, nel suo «Istruzioni alla Francia sulla Verità circa la Storia dei Fratelli della RosaCroce» (1623), ha riprodotto questo testo che precisa «Noi Deputati del Collegio principale dei Fratelli della RosaCroce, faremo soggiorno visibile e invisibile in questa città, per grazia dell’Altissimo, verso il quale si volge il cuore dei Giusti. Noi mostriamo e insegniamo senza libri né segni a parlare ogni tipo di lingua dei paesi nei quali vogliamo essere, per liberare gli uomini, nostri simili, dall’errore e dalla morte». Il manifesto è presto seguito da un secondo che precisa «Se a qualcuno viene voglia di vederci, per pura curiosità, non comunicherà mai con noi; ma se la sua volontà lo porta realmente e materialmente a iscriversi nel Registro della nostra Confraternita, noi che giudichiamo dai pensieri, gli faremo vedere la verità delle nostre promesse; tanto è vero che non indichiamo il luogo della nostra dimora, poiché i pensieri uniti alla volontà reale del Lettore, saranno in grado di farci conoscere a lui e lui a noi»7.
Questi manifesti avranno una considerevole risonanza. Gérard Naudé parla «di un uragano che travolge tutta la Francia all’annuncio dell’arrivo della misteriosa fraternità venuta dalla Germania». Rapidamente iniziano a circolare libelli che attaccano i RosaCroce affermando che l’Ordine ha inviato trentasei delegati nel mondo e che a Parigi ve ne sono sei, con i quali però si può comunicare solo tramite il pensiero. Sono ironicamente qualificati “Invisibili”. Gérard Naudé moltiplica i suoi attacchi in alcuni libri dai titoli evocatori, come «Orribili patti tra il diavolo e i sedicenti Invisibili» (1623). Tuttavia, in seguito si mostrerà più conciliante con l’esoterismo nella sua «Apologia per tutti i grandi personaggi che sono stati falsamente sospettati di magia»8.
Il fatto che la comparsa dei manifesti coincida con il ritorno di Descartes è sufficiente a mettere in moto l’immaginazione di qualche Parigino. Nella capitale, corre voce che René Descartes si sia iscritto alla confraternita e persino che sia all’origine dei misteriosi manifesti. Per porre fine alle voci il filosofo convoca i suoi amici per mostrar loro che non è “invisibile” e non ha nulla a che fare con tutto questo. Dichiara che ha effettivamente cercato i RosaCroce in Germania, ma non li ha incontrati. Dichiarava il vero o cercava di proteggersi? In ogni caso la situazione era tale che se avesse incontrato dei RosaCroce, il che sembra probabile, non ne avrebbe parlato.
A quel tempo, infatti, la Francia non era per niente ospitale nei confronti della RosaCroce. Frances Yates parla a tal proposito del “terrore rosacrociano” che regna nel paese a quel tempo9. La Chiesa ci vede un complotto protestante e fa dell’Ordine una società diabolica. Nello stesso anno dei manifesti, un amico di René Descartes, l’abate Mersenne (1538-1648), filosofo e saggio, si oppone violentemente al rosacrocianesimo. Pubblica «Questiones celeberrimae in genesim…», in cui rifiuta la filosofia ermetica e la cabala del Rinascimento, come pure i loro rappresentanti. Se la prende particolarmente con il Rosacrociano inglese Robert Fludd. Mersenne ha paura di ciò che non conosce e la sua comprensione dell’esoterismo è caricaturale. Immagina la Francia invasa da maghi invisibili che diffondono ovunque dottrine perverse. Anche uno dei più cari amici di Mersenne, il filosofo e matematico Pierre Gassendi se la prende con Robert Fludd. Nella stessa epoca, François Garasse pubblica «La curiosa Dottrina dei begli spiriti di questi tempi» (1623), dove condanna la «setta dei RosaCroce e il suo segretario Michael Maier». La Facoltà di teologia di Parigi, ben presto censura ufficialmente l’«Anphitheatrum Sapientae Aeternae» di Heinrich Khunrath (nel 1625).
Polybe il Cosmopolita
Nello studio che ha dedicato ai sogni di Descartes, Sophie Jama è tornata su questo episodio della vita del filosofo10, interrogandosi su un testo giovanile di Descartes mai pubblicato: il «Tesoro matematico di Polybe il Cosmopolita». René Descartes propone di risolvere tutte le difficoltà della matematica, e indica che quest’opera è offerta «agli eruditi di tutto il mondo, e specialmente ai F.R.C. [Fratelli RosaCroce], celeberrimi in G. [Germania]»11. Alla maniera dei pensatori del XVII secolo, che risposero all’appello dei Manifesti rosacrociani pubblicando un libro, Sophie Jama pensava che René Descartes avesse sicuramente lo stesso progetto. Tuttavia, gli avvenimenti drammatici che seguirono la battaglia della Montagna Bianca in Boemia, il settarismo che regnava nella Francia della controriforma, lo indussero a rinunciare al progetto. Inoltre, il proposito di questo testo assomiglia a quello che dedicò ai RosaCroce il suo amico Johan Faulhalbert, con il libro «Mistero aritmetico…».
Anche se René Descartes negò di aver incontrato dei RosaCroce, ci si può interrogare sulla sua adesione alle idee rosacrociane. Confrontando le idee cardini dei Manifesti rosacrociani, l’«Olimpica» e gli altri testi di Descartes, Sophie Jama ha mostrato nel suo libro che, invece di essere state un episodio marginale nella vita del filosofo, le idee rosacrociane hanno contribuito a fecondare il suo pensiero. Ella arriva a suggerire che se René Descartes non ha incontrato dei Rosacrociani in Germania, potrebbe aver incontrato la RosaCroce attraverso una visione, quella vissuta nei suoi tre sogni.
L’Olanda
Descartes non ama il fermento che regna in Francia. Nel 1628 si stabilisce nei Paesi Bassi, vicino a Leida, per lavorare nella calma e dedicarsi completamente alle sue ricerche. Alcuni elementi storici provano che il rosacrocianesimo si è diffuso rapidamente in questo Paese12. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, è là che Federico V si rifugiò dopo la battaglia della Montagna Bianca (1620). Dal 1615 la «Fama Fraternitatis» era stata tradotta in olandese: «Fama Fraternitatis Oft Ontderckinge van de Broederschap des loflijcken Ordens des Roosen-Cruyces (Gedruckt na de Copye van Jan Berner, Franckfort, Anno 1615)». La traduzione comprende una lettera nella quale Andreas Hoberveschel von Hobernfeld chiede di essere ammesso all’Ordine della RosaCroce. Quest’uomo, originario di Praga, ha seguito Federico V nel suo esilio a L’Aia. La presenza dei RosaCroce in Olanda ci è nota anche attraverso una lettera del pittore di Anversa Paul Rubens, indirizzata a Nicolas-Claude Fabri de Peiresc. In essa, datata 10 agosto 1623, egli riporta che la RosaCroce è attiva da diversi anni ad Amsterdam. Questa informazione, come pure quella di Orvius indicante che l’Ordine possiede un palazzo a L’Aia, sono troppo imprecise per farci conoscere il reale sviluppo del rosacrocianesimo nei Paesi Bassi13.
Una corrispondenza del gennaio 1624 fra diverse personalità della Corte di giustizia, denuncia l’esistenza di un circolo rosacrociano a Haarlem. Effettivamente, i teologi di Leida lamentano la presenza di un Ordine che contesta l’integrità della Chiesa. Pensano che potrebbe divenire la causa di disordini politici e religiosi14. L’anno seguente, in giugno, i magistrati ordinano un’inchiesta. Hof van Holland chiede ai teologi di Leida di procedere ad un’analisi della «Fama Fraternitatis» e della «Confessio Fraternitatis». Il loro studio dà luogo ad una relazione intitolata «Judicium Facultatis Theologicae in Academia Leydensi de secta Fraternitatis Rosae-Crucis», testo che avrebbe condotto i magistrati a ricercare i RosaCroce.
Un pittore che praticava l’alchimia, Johannes Symonsz Torrentius (detto van der Beeck) è ben presto presentato come il leader dei Rosacrociani olandesi15. Viene arrestato il 30 agosto 1627 con il suo amico Christiaen Coppens. Durante il processo che dura cinque anni, il pittore subì penosi interrogatori. Nonostante il supplizio, nega di appartenere alla RosaCroce, ma è comunque condannato al rogo, pena poi trasformata in vent’anni di reclusione. Fortunatamente per lui, resta rinchiuso solo qualche anno: grazie all’aiuto di amici pittori e all’intervento di Carlo I re d’Inghilterra, è liberato nel 1630 e si stabilisce a Londra16. Nel corso dello stesso anno, Petrus Mormius pubblica a Leida il suo «Arcani segretissimi di tutta la natura svelata dal collegio rosariano»17, un libro che evoca la creazione di un movimento rosacrociano fondato da un francese originario di un Delfinato, Frédéric Rose (avremo presto l’occasione di tornare su questo punto).
La tentazione alchemica
La Chiesa cattolica si dedica in quell’epoca ad una vera e propria caccia alle streghe. Nel 1600, dopo un processo interminabile, Giordano Bruno è bruciato vivo a Roma. Ben presto sarà perseguitato Galileo. Quando René Descartes, nel 1633, viene a sapere della condanna di Giordano Bruno, progetta di distruggere il suo «Mondo» trattato di cosmologia che fa riferimento all’eliocentrismo. Conviene essere prudenti. Nel suo «Discorso sul metodo», che termina nel 1637, Descartes preferisce condannare «Le cattive dottrine», quelle degli alchimisti, degli astrologi e dei maghi…18. In una lettera del luglio 1640 con il suo amico Mersenne19, critica l’alchimia e il suo linguaggio esoterico. Rimette in discussione il principio dei tre elementi: zolfo sale e mercurio. Ciò nonostante, le sue lettere dimostrano che s’interessa d’alchimia e ne conosce i principi. Il suo interesse per questa scienza sembra continuare per diversi anni.
Al riguardo Jean-François Maillard rileva un fatto raramente segnalato, riportando che verso il 1640 René Descartes si è dedicato di persona all’alchimia nel laboratorio del suo amico Cornelis von Hogelande20. A tal proposito parla di una tentazione, non congiurata dalla ragione, ma fallita. L’attenzione dell’autore del «Metodo» fu, infatti, mobilitata da altre scienze come la matematica, la geometria, la meteorologia, la medicina e l’ottica.
Occorre sottolineare che, nonostante il suo interesse per l’alchimia, René Descartes si allontana dall’esoterismo della sua epoca. Rifiuta il pensiero per analogia, la teoria delle corrispondenze e il principio del simbolismo. Per lui soltanto le idee chiare e distinte, o tutti i concetti possono essere completamente analizzabili, possono condurre ad una “conoscenza vera”. Solo le verità matematiche, innate nell’uomo possono permettergli di comprendere il mondo. D’altra parte, egli pensa che se può comprendere i concetti di perfezione e d’infinito è perché Dio ha messo nell’uomo il suo marchio.
Descartes rifiuta le cause finali, poiché rifiuta ogni tentativo di comprensione della destinazione della Creazione e degli esseri. Se «fonda la sua fisica sulla metafisica» è perché ritiene che le verità matematiche innate nella nostra anima permettano di spiegare il mondo naturale attraverso la fisica e di rendere l’uomo «maestro e possessore della natura». Descartes purifica questo mondo naturale dalle sue qualità occulte e lo considera una successione di volumi geometrici articolati secondo il modello degli automi, dei volumi misurabili e concepiti grazie alla certezza delle verità matematiche. Certo, questa concezione meccanicista della Creazione è diversa da quella di Paracelso che vede nella Natura la chiave di tutto ciò che esiste e una realtà vivente con la quale l’uomo deve entrare in comunicazione. Detto questo, il suo cammino ha permesso di far uscire un’intera epoca da un tortuoso oscurantismo, per condurla verso una conoscenza scientifica decisamente moderna, liberata da pericolosi pregiudizi e stravaganti superstizioni.
Si può notare, tuttavia, che alcuni aspetti del pensiero di Descartes ricordano il rosacrocianesimo. Il suo rifiuto delle sterili speculazioni e la sua aspirazione a «conoscenze che siano molto utili alla vita» ricordano dei punti fondamentali della «Fama Fraternitatis» e della «Confessio Fraternitatis». Serge Hutin dichiara «Il “dubbio metodico”, l’accento sull’esperienza, la necessità di lottare contro le superstizioni, sono punti di vista che fanno parte delle prospettive generali del rosacrocianesimo21.
Bisogna inoltre segnalare che su diversi punti, in particolare sul ruolo complementare dell’intuizione e della deduzione, o sulla funzione della ghiandola pineale22, il pensiero di Descartes è molto vicino alle teorie del rosacrocianesimo moderno. Se René Descartes non fu un RosaCroce nel vero senso del termine, si può tuttavia considerare Rosacrociano nella misura in cui, ad un dato momento della sua esistenza s’interessò alla RosaCroce. Questo interesse deve essere preso in considerazione nel processo di maturazione che lo condusse a elaborare il suo sistema filosofico.
Curiosamente, alla fine della sua vita, René Descartes cercò di avvicinarsi alla principessa Elisabetta, figlia dello sfortunato re Federico V, protettore dei Rosacrociani, diventata una dei suoi discepoli. Il filosofo le dedicò il suo «Principia» (1644) e il suo «Trattato delle Passioni dell’anima». Dopo il Trattato di Vestfalia (1648), che segnò la fine della guerra dei Trent’anni, la principessa ritrovò le sue terre in Boemia e invitò Descartes a stabilirsi da lei. Sfortunatamente, questo progetto non si realizzò, poiché il filosofo morì nel corso di una visita alla corte di Svezia, invitato dalla regina Cristina nel febbraio 1650.
Note
- «Mysterium arithmeticum sive cabalistica et philosophica Inventio…», Ulmens, 1615, In-4°, di Johan Faulhalbert (1580-1635), celebre per le sue conoscenze matematiche. Paul Arnold si sbaglia quando in «Histoire des Rose-Croix» (Storia dei RosaCroce), (Paris, 1955, Mercure de France), afferma che nulla indica che Faulhalbert conoscesse l’esistenza della RosaCroce. ↩
- A. Baillet, Tomo I, pp. 87-88. ↩
- Ferdinando di Stiria, già re di Boemia dal 1617, succede all’imperatore Mathias II. Vedere «La Rosa fiorente» rivista «Rosa-Croce» n. (22) p.18. ↩
- Frances Yates, «L’Illuminismo dei RosaCroce», Torino, 1972, Einaudi Editore, pp. 139-40 ↩
- G. Persigout ha citato per primo questa particolarità in «Rosicrucianisme et cartésianisme» (Rosacrocianesimo e cartesianesimo) (Paris, 1938, ed. de la Paix). Tuttavia, non ha sfruttato questa traccia che altri hanno sviluppato in seguito, come Paul Arnold nel suo «Histoire des Rose-Croix» (Storia dei RosaCroce) (Paris, 1955, Mercure de France), e soprattutto Sophie Jama che in «La Nuit de songes de René Descartes» (La Notte dei sogni di René Descartes), propone un’analisi particolarmente interessante dei tre sogni (Parigi 1998, Aubier). ↩
- «Nombre et Temps, psycologie des profondeurs et physique moderne» (Numero e Tempo, psicologia delle profondità e fisica moderna), Paris, 1998, La Fontaine de Pierre. ↩
- Gérard Naudé riproduce soltanto il testo del primo manifesto. Lenglet du Fresnoy riproduce il testo di tutti e due nel suo «Histoire de la Philosophie Hérmetique» (Storia della Filosofia Ermetica) Tomo I, Paris, 1742, pp.376-377. ↩
- La Haye, 1653. ↩
- Vedere «La Lumière des Rose-Croix» (L’Illuminismo dei RosaCroce), Torino, 1972, Einaudi Editore, op. cit., pp. 139-40. ↩
- Sophie Jama, «La Nuit de songes de René Descartes» (La Notte dei sogni di René Descartes), op.cit., pp. 195-196. ↩
- Il manoscritto originale di questo testo è andato perduto. Per quanto riguarda la dedica, certi autori scrivono «F.Ros.Cruc.» (Foucher de Careil). ↩
- G.H.S. Snoek ha studiato dettagliatamente il modo in cui il rosacrocianesimo si è diffuso in questo paese in «De Rozenkruisers in Nederland, Een inventariste», («La RosaCroce nei Paesi Bassi, un inventario») 1998, Utrecht. ↩
- Orvius, «Philosophia Occulta», 1737. ↩
- Qualche anno prima, nel 1621, l’Ordine era stato attaccato in «Miroir des Frères de la Rose-Croix» (Specchio dei Fratelli della RosaCroce). ↩
- A.J.Rehorst ha dedicato un libro a questo personaggio «Torrentius», 1939, Rotterdam. ↩
- Vedere «De Rozenkruisers in Nederland…» op. cit. In particolare il riassunto in francese pp.259-299. ↩
- «Arcana totius naturae secretissima nec hactenus unquam detecta, a Collegio Rosiano in Lucem produntur», Leyde, 1630. ↩
- «Discours» (Discorsi), I parte, 9. ↩
- Quest’ultimo, dopo esser stato molto critico con l’alchimia nel suo «Questiones celeberrimae in genesim…» (1623), si mostra più aperto in «La Vérité des sciences» (La Verità delle scienze), (1625). In seguito, egli considererà l’alchimia degna d’interesse e auspicherà la creazione di un’accademia di alchimia, «Questions Inouyes», (Questioni inaudite) (question XXVIII) e «Questions théologiques, physiques, morales et mathématiques» (Questioni teologiche, fisiche, morali e matematiche) (1634). ↩
- Vedere l’articolo di Jean-François Maillard «Descartes et l’alchimie: une tentation conjurée?» (Descartes e l’alchimia: una tentazione congiurata?), in «Aspects de la tradition alchimique au XVII siècle» (Aspetti della tradizione alchemica nel XVII secolo), opera diretta da F. Grenier, Arché, 1998. Si riferisce a «De metallorum transmutatione», di Daniel Georg Morhof (Hambourg, 1673), che riporta questo fatto. Cornelis era il nipote di Theobald van Hogelande, autore di trattati alchemici sotto il nome di Ewaldus Vogelius. ↩
- Serge Hutin, «Descartes initié rosicrucien?» (Descartes iniziato rosacrociano?) rivista Rosa-Croce, edizione francese n. 62, 1967, p.30. ↩
- Nella sua lettera a M.Mersenne del 30 luglio 1640, ne fa la sede dell’anima. Questo punto di vista ricorda quello che si ritrova negli insegnamenti del rosacrocianesimo moderno che ne fa la sede, non dell’anima stessa, ma della coscienza che le è propria. ↩