Rivista RosaCroce Autunno 2020Scarica il PDF

(pubblicato sulla RivistaRosa+Croce, Autunno 2020)

Rosa+Croceè una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine - ma impegnano solo i loro Autori - e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.


AutoreSara De Luca

Dare un proprio senso a quello che ci accade non è una prerogativa soltanto della vita adulta ma caratterizza tutta la nostra esistenza fin dai primi momenti.

L’alba del 2020 è stata caratterizzata dalla diffusione, da parte dei media, di immagini forti capaci di abitare la nostra mente in maniera assai pervasiva. Al tempo stesso, la cultura occidentale ci ha abituati a considerare “l’Altro” in generale come un concetto completamente separato da noi e di secondaria importanza. Noi rosacrociani sappiamo bene che, come le diverse tessere di uno stesso puzzle, in qualità di cittadini di questo mondo ci apparteniamo tutti: gli “Altri” siamo noi. L’avvento delle neuroscienze sta ampiamente dando prova di come la nascita di ogni essere umano scaturisca dal concetto di “Altro”, non solo in termini di eredità del patrimonio genetico degli “Altri” che ci hanno preceduto nella linea genealogica, ma anche dalla loro attività mentale, ovvero da traumi, pensieri, paure e sogni che hanno abitato le loro menti prima, durante e dopo la gestazione [1]. Le figure genitoriali rappresentano il primo “Altro” con cui interagiamo fin dal nostro ingresso nel mondo. Tutti noi abbiamo un’origine di cui non siamo completamente padroni. Questa origine è nostra ma al tempo stesso non ci appartiene. Nella nostra condizione umana iniziale, cioè quella di figli vulnerabili, dipendiamo da chi ci ha generato. Dipendiamo dagli altri non solo per i bisogni primari ma anche

dalle loro parole. Infatti, siamo stati chiamati dai nostri genitori, i nostri primi “Altri”, i quali oltre ad averci assegnato un nome che nessuno di noi ha potuto scegliere per sé, con le loro parole ci hanno anche accudito, amato, confortato e talvolta anche ferito [2]. La scienza dimostra che questa iniziale condizione di asimmetria è modificabile perché, fin dalla nascita, possiamo farci una nostra idea della realtà e imparare col tempo ad affinare sempre più la facoltà di interagire con il nostro ambiente, in modo tale da influenzarlo. Infatti, fin dalla nascita i bambini elaborano attivamente le loro esperienze e mettono in atto un comportamento che, lungi dall’essere una reazione automatica agli stimoli ambientali, è il risultato di vigorosi tentativi di dare un senso a ciò che sta loro accadendo. Dare un proprio senso a quello che ci accade pertanto non è una prerogativa soltanto della vita adulta ma caratterizza tutta la nostra esistenza fin dai primi momenti. Il neonato è istintivamente guidato a ricercare delle regolarità nelle esperienze che gli si presentano, nel tentativo di potere, in qualche modo, intervenire sulla complessità dell’ambiente circostante nel quale è immerso. Le regolarità nelle esperienze vissute, come ad esempio la situazione ripetuta dell’allattamento, consente agli esseri umani di crearsi degli schemi. È nella ripetuta percezione di situazioni simili che ci formiamo delle rappresentazioni stabili di come va il mondo. Queste rappresentazioni del mondo sono funzionali ad anticipare, nelle nostre menti, cosa ci potrebbe accadere in futuro, soprattutto in termini di possibili pericoli. Questi schemi sono importantissimi anche perché vanno a nutrire le nostre rappresentazioni mentali degli altri esseri umani. In altre parole, grazie a come il bambino percepisce le sue prime interazioni col mondo esterno, si formerà un concetto di sé stesso, degli “Altri” e delle relazioni che scaturiscono dall’interazione con gli altri e utilizzerà tali concetti per orientarsi all’interno delle future interazioni [3]. Con la maturazione delle strutture cognitive del bambino, cresce in lui la capacità di rappresentare nella sua mente anche l’esperienza della mente altrui. Il bambino diventa

via via sempre più esperto nel comprendere e interpretare i sentimenti degli altri e diviene consapevole che il loro comportamento esteriore è regolato da molteplici motivi interiori. In altre parole, sviluppa l’empatia, che è l’abilità di risuonare con lo stato affettivo di un’altra persona [1]. L’empatia ci permette di vedere gli altri dall’interno – mettendoci nei panni dell’altro – e noi stessi dall’esterno – guardandoci con gli occhi dell’altro. È una capacità indispensabile per avere interazioni sociali costruttive e reciproche, fin dalla tenera età. Alcuni esperimenti hanno dimostrato che le famiglie numerose sembrano favorire lo sviluppo dell’intuito nei bambini verso gli stati mentali altrui. Ecco che quindi il contesto ambientale in cui viviamo e il nostro patrimonio genetico interagiscono reciprocamente creando la persona che siamo, la quale a sua volta potrà, con la propria azione, influenzare il contesto ambientale in cui è inserita. In ogni momento ognuno di noi influenza sia gli “Altri” sia l’ambiente ed è da questi contemporaneamente influenzato. Purtroppo, ogni schematizzazione comporta la perdita di alcune preziose informazioni.

Nel tentativo di semplificare e domare la complessità dell’esperienza che facciamo, dobbiamo rinunciare ad alcune informazioni per poterne organizzare delle altre. In questi processi mentali inconsci di organizzazione delle informazioni, ci sono degli errori ricorrenti nei quali incorrono tutti gli esseri umani [4]. Poiché queste rappresentazioni sono di vitale importanza per il neonato e per l’essere umano in generale, e poiché sia la loro formazione che ristrutturazione comporta il dispendio di notevoli risorse cognitive, tendiamo eccessivamente ad ancorarci ad esse nelle nostre valutazioni e, una volta formate, poniamo una notevole e inconscia resistenza a cambiarle, anche quando si dimostrano evidentemente errate, obsolete, incomplete o inadeguate. Inoltre, nel tentativo di semplificarci le complicate relazioni interpersonali, uno degli errori inconsci più ricorrenti è il cosiddetto “bias dell’ingroup”, ovvero la tendenza a favorire il proprio gruppo di appartenenza [5]. La definizione di chi siamo noi deriva anche dall’appartenenza a un gruppo. Il gruppo a cui sentiamo di appartenere riguarda inizialmente la cerchia degli affetti, ad esempio quelli familiari, poi arriva ad estendersi a livello di genere, religione, cittadinanza, ecc. In ogni caso il cerchio che include ”noi” (ingroup) esclude “loro” (outgroup). In letteratura è ampiamente dimostrato come il bias dell’ingroup implichi un facile e ingiustificato favoritismo verso il “noi” e slealtà verso il “loro”. Se si chiede ad alcuni bambini quali sono gli alunni migliori tra i bambini della loro scuola e i bambini di una scuola vicina, virtualmente tutti risponderanno quelli della propria scuola. Questo però vale anche per gli adulti: più dell’80% di bianchi e afroamericani afferma che le relazioni etniche dei loro quartieri sono generalmente buone, ma meno del 60% considera generalmente buone le relazioni della nazione. Più sono vicini a casa, più le cose appaiono migliori[5]. Questo errore sistematico di categorizzazione emerge dalla percezione inconscia di bontà del proprio gruppo e dalla percezione inconscia di ostilità degli altri gruppi. Quando il nostro è un gruppo di successo, ci si può sentire meglio identificandoci con

esso. Alcune ricerche hanno dimostrato che gli studenti universitari la cui squadra ha appena vinto spesso dicono “abbiamo vinto”. Quando però la squadra viene battuta, gli studenti sono più inclini a dire “hanno perso”[5]. Per noi rosacrociani la meditazione rappresenta un prezioso strumento per comprendere i fatti di cronaca e guardare alle interazioni umane da un punto di osservazione privilegiato: quello che ci vede come parte di un tutto più grande, nel quale tutte le cose che sono state create hanno pari dignità e importanza e si appartengono reciprocamente. Grazie a questa ampia prospettiva, meditando, possiamo vegliare dalla giusta distanza sugli automatismi inconsci – insiti nella natura umana – che guidano le nostre interazioni con l’ambiente e, con umile consapevolezza, riformulare continuamente nuovi punti di vista, sulla realtà, su noi stessi e sugli “Altri”. Possa, l’immagine di un mondo unito e armonioso, guidarci nelle interazioni e darci il coraggio di creare attivamente e responsabilmente, per quanto è in nostro potere, nuove concezioni e condizioni di Pace Profonda in tutti gli ambienti, reali o virtuali, che ci ospiteranno nell’anno R+C 3373.

Riferimenti bibliografici [1] Massimo Ammaniti, Vittorio Gallese, (2014). La nascita della intersoggettività (prima edizione). Milano: Raffaello Cortina Editore [2] Massimo Recalcati (2018). Lectio Magistralis [3] H. Rudolph Schaffer, (1998). Lo sviluppo sociale (prima edizione, edizione italiana a cura di Anna Oliviero Ferraris). Milano: Raffello Cortina Editore [4] Paolo Cherubini, (2012). Psicologia generale (prima edizione). Milano: Raffaello Cortina Editore [5] David G. Mayers, (2013). Psicologia sociale (seconda edizione, edizione italiana a cura di Elena Marta, Margherita Lanz). Milano: McGraw-Hill