Rivista RosaCroce Autunno 2020Scarica il PDF

(pubblicato sulla RivistaRosa+Croce, Autunno 2020)

Rosa+Croceè una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine - ma impegnano solo i loro Autori - e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.


AutoreClaudio Mazzucco Imperator

Ciò che ci caratterizza come esseri umani è la capacità di comunicare con affetto, empatia, compassione e gentilezza. Questo significa essere umani.

Rivista Rosa+Croce n.46 - La comunicazione, un'arte mistica“Non parlo l’inglese. Chaplin non parla il francese. E parliamo senza il minimo sforzo. Che cosa succede? Che lingua è la nostra? È la lingua viva, la più viva di tutte, che nasce dalla volontà di comunicare ad ogni costo, la lingua dei mimi, la lingua dei poeti, la lingua del cuore”. Jean Cocteau [1]

Vorrei condividere con voi qualche riflessione riguardo la capacità degli esseri viventi di comunicare a vari livelli, dalla parola scritta fino al silenzio dello sguardo degli innamorati, dai discorsi filosofici fino al tocco del neonato alle dita della madre. Recentemente ho letto che anche i batteri si scambiano materiale genetico in una sorta di comunicazione microbiologica e che gli alberi di un bosco comunicano tra loro attraverso strutture presenti nelle loro radici, scambiandosi anche sostanze alimentari. Da parte nostra, noi rosacrociani in particolare, conosciamo bene ciò che ci sta dicendo il famoso scrittore francese. Ne siamo testimoni ogni volta che costruiamo le condizioni affinché l’Egregore del nostro Ordine si manifesti.

Rivista Rosa+Croce n.46 - La comunicazione, un'arte misticaL’ultima grande esperienza di questo genere, grande intesa come numero di membri che l’hanno sperimentata, è stata durante il nostro Convegno Mondiale a Roma, nell’agosto del 2019. Erano presenti circa 2400 membri venuti da 72 diversi paesi. Ora, rivedendo il filmato e le foto del Convegno, ricordo perfettamente l’atmosfera che abbiamo respirato, le vibrazioni che abbiamo sentito, il clima che abbiamo costruito e mi rendo conto che abbiamo realizzato una piccola Utopia. Tutti comunicavano con gesti di affetto, sorrisi, strette di mano, abbracci e molto mimo. Per noi italiani questo aspetto, come sapete, risulta facile. Si dice che parliamo con le mani, ed è vero. Ma voglio sottolineare l’aspetto più importante di quei quattro giorni, che è stata proprio l’armonia che abbiamo costruito e la qualità della comunicazione che ne è derivata. Sì, perché l’armonia e la comunicazione tra gli esseri non è qualcosa che cala dall’alto come una benedizione, bensì una condizione che va costruita con impegno, sforzo, buona volontà, energie e tempo. Richiede cura perché costruirla è un progetto complesso, mentre per demolirla basta veramente poco. In fondo ciò che il nostro Ordine tramanda è proprio questo: strumenti per edificare l’armonia in noi e attorno a noi, strumenti di dialogo con sé stessi e con gli altri. Sarebbe utile a questo punto definire cosa intendiamo per “armonia”, ma risulterebbe un’impresa ardua e forse impossibile. Possiamo dire questo: avete mai vissuto momenti che vorreste rendere eterni? Momenti che vorreste non finissero mai? Ecco, forse anche se non possiamo definire con precisione l’armonia, possiamo inferire cosa essa sia, quale condizione speciale la caratterizzi. Se riflettiamo su questo aspetto vediamo che in effetti edificare momenti di armonia per instaurare una buona comunicazione è un processo per nulla scontato e facile. In particolare, nel tempo che viviamo le relazioni sono spesso caratterizzate dall’assenza di ascolto, sia interiore, sia dell’altro. Ad esempio, i dialoghi della poli-

tica sono caratterizzati più da un tentativo di avere ragione piuttosto che quello di cercare e salvaguardare una verità che difenda gli interessi di una specifica popolazione o, meglio ancora, di tutta l’umanità. Ciò non avviene solo nel mondo della politica, ma anche nelle relazioni personali. Succede spesso che mentre una persona parla l’altra stia pensando a cosa dirà appena l’altro farà una pausa per respirare. Non c’è ascolto. Ma quali sono gli elementi che permettono che una comunicazione profonda e di qualità avvenga? Cosa stimola le persone a incontrarsi e condividere pensieri, emozioni, gioie e a volte anche i dolori della vita? Chi ha l’abitudine di camminare in sentieri di montagna avrà già sperimentato il fatto che quando si incontra un altro camminante nel sentiero lo si saluta nonostante sia in effetti un perfetto estraneo. Anzi, lo si saluta spesso anche con un sorriso o un gesto della mano. D’altra parte, a nessuno (o veramente a pochissimi) verrebbe in mente di salutare tutti quelli che si incontrano per strada in un centro di città; se qualcuno così facesse verrebbe probabilmente guardato con diffidenza e forse spaventerebbe i passanti. Perché questa differenza? Cosa fa sì che abbiamo un comportamento così diverso nelle due situazioni? La mia risposta è che nel sentiero di montagna noi ci andiamo per sperimentare la natura, provare la bellezza, respirare aria pulita, vivere momenti di armonia. E sappiamo intimamente che coloro che troviamo in quel stesso sentiero sono là per lo stesso motivo. Siamo accomunati dagli stessi scopi, dalla stessa volontà. Potremmo affermare, concludendo questo breve ragionamento, che avere scopi comuni permette la comunicazione. Riconoscere che l’altro cerca le stesse cose che cerchiamo noi permette che si costruisca una relazione con una comunicazione di qualità. Tuttavia, succede che nel mondo delle dualità si sia spesso convinti della necessità di separare il bianco dal nero, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, la ragione dalla non ragione, trovandoci così nella condizione di voler difendere una delle posizioni

Rivista Rosa+Croce n.46 - La comunicazione, un'arte misticache ci sembrano più vere, più giuste di altre. Separiamo e precisiamo, definiamo e correggiamo, convinti sempre di essere nel giusto. Nella dimensione dell’oggettività non siamo capaci di vedere una terza possibilità che armonizza gli apparenti contrasti dell’esperienza umana. Per riuscirci è necessario che l’insieme dell’esperienza venga percepito con uno sguardo diverso, distaccato, sprovvisto della bramosia di avere ragione, questa sì, vero elemento delle discordie. Bisogna accettare che esiste sempre una verità superiore alla mia e a quella del mio interlocutore, e che solamente insieme la si potrà portare in evidenza. E per vederla è necessario elevarsi, come ci si eleva quando si sale una montagna, svelando così uno scenario nuovo mai immaginato. Prima ho usato la parola Utopia. Questa parola ha origine nella lingua greca e sappiamo dagli esperti della storia e lingua greca che questa lingua ha la capacità di esprimere concetti molto articolati, sottili e precisi. È una lingua che ha permesso lo sviluppo della filosofia occidentale perché solo essa poteva esprimere

la ragione a così alti livelli di raffinatezza. Utopia viene da “ou-topos” che significa “non luogo” o “luogo che non esiste”. Quindi Utopia è il luogo che non c’è. Noi rosacrociani sappiamo per esperienza che questo luogo speciale, questa Terra Promessa, in effetti non esiste sulla carta geografica, ma ha un’esistenza reale nel cuore dell’uomo. Ogniqualvolta l’uomo ha cercato nelle mappe questo luogo, il risultato è stato devastante. Ancora oggi due popoli si trovano in costante condizione di guerra e oppressione dovuto al fatto che sono convinti che la vera Gerusalemme sia una città presente nella carta geografica; spostano continuamente i confini della città, confini che esistono in realtà solamente nella nostra mente, sono costruzioni mentali. Spesso sentiamo anche questa parola essere usata come sinonimo di sogno puerile, fantasia non realizzabile, ma questo è un errore grossolano poiché moltissime delle condizioni raggiunte dall’umanità erano a un tempo considerate utopie. Ad esempio, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale in Europa c’erano persone che sognavano un continente unito e in pace. Una pace che non fosse un semplice armistizio (piccola pausa tra due guerre per recuperare le forze e ricominciare a lottare), ma una vera convivenza fondata sulla cooperazione, lo scambio e la crescita culturale. Questa condizione immaginata da quegli uomini e donne oggi si sta realizzando grazie all’impegno di molte persone. Forse camminare in direzione della nostra propria Utopia, della nostra terra promessa, sia il destino di ogni uomo e ogni donna di questo pianeta, chissà. Il cosmologo Chris Impey osserva che “per noi l’universo potrebbe non avere nessun significato, ma ha rifatto il nostro letto e messo una caramella sul cuscino, come se sapesse che stavamo

Rivista Rosa+Croce n.46 - La comunicazione, un'arte misticaarrivando” [2]. Questa frase concentra tutta l’esperienza che un “camminante” fa lungo il percorso di conoscenza spirituale come quello proposto dall’Ordine della RosaCroce AMORC. È necessario scoprire il senso della vita, il senso della nostra presenza su questo pianeta, il senso della famiglia che abbiamo, del lavoro che abbiamo, delle condizioni in cui ci troviamo a vivere e delle persone che incontriamo lungo il percorso, o anche del perché ci troviamo ora a leggere questo articolo. Se guardiamo ognuna di queste situazioni separatamente potrebbero non avere un senso, ma viste nella loro totalità e articolazione potremmo scoprire che gli eventi della vita in verità hanno un senso profondo. Rivelano qualcosa di fondamentale di noi perché sono intrecciati indissolubilmente con la

Ognuno di noi ha un’Utopia nel proprio cuore.

nostra stessa vita. È indispensabile trovare questo senso: tutto l’universo ci dice che le cose hanno un senso, pertanto anche gli incontri che facciamo nella vita non sono casuali, tutt’altro. E la comunicazione, con il relativo scambio di affetto e conoscenza che caratterizza la nostra specie, deve essere incentivata in tutti i momenti. Avete mai notato che quando vediamo una persona che esprime alti gradi di empatia e compassione, una persona che vive nella gentilezza e che dona affetto, noi usiamo definirla una persona “molto umana”? Questo proprio perché ciò che ci caratterizza come esseri umani è la capacità di comunicare con affetto, empatia, compassione e gentilezza. Questo significa essere umani. Ognuno di noi ha un’Utopia nel proprio cuore, perché è nel cuore dell’uomo che questa Terra Promessa esiste; quindi il viaggio che conduce ad essa è interiore. Essa è, per modo di dire, la nostra eredità spirituale. Iniziando questo viaggio, questo camminare sul sentiero interiore, presto scopriamo le persone che sono sulla stessa Via e così cominciamo a “salutarci”, perché comprendiamo con quanta difficoltà, con quanto impegno ognuno sta facendo il meglio che può per raggiungere la propria Città Ideale, come la chiamava Platone, o la cima della montagna della nostra metafora. Robert Pogue Harrison [3], professore di letteratura alla Stanford University, ci ricorda che “il filosofo Epicuro (IV sec. a.C.) osservava che non esiste maggiore causa di piacere per gli esseri umani, nessuna causa maggiore di felicità morale, che un'intelligente, proficua e piacevole conversazione tra amici che sanno come ascoltare, ispirare e illuminare”. Per i rosacrociani è importante concentrarsi su questo semplice concetto dell’ascolto e del comunicare con il cuore, perché non dovremmo mai confondere una via mistica e iniziatica, come quella Rosacrociana, con una forma sterile di intellettualismo. Non vogliamo diventare degli eruditi del pensiero filosofico e mistico, persone capaci di fare dotte citazioni dei testi alchemici o ermetici e magari incapaci di sentire il Divino

in noi, nell’altro da noi, infine ovunque. Vogliamo invece, questo sì, sentire nel cuore l’Unità di tutta la creazione, il legame che ci unisce a tutte le forme viventi della natura. Sentire che non vi è una Realtà formata dalla somma di altre piccole realtà, ma una sola e unica Presenza che impregna tutto il Cosmo, e della quale siamo una delle infinite espressioni, in quanto infinita Essa stessa è. Per ritornare alla nostra metafora, è necessario che si riconosca prima di tutto che camminare costa fatica, soprattutto quando si è in montagna. La strada è più spesso in salita richiedendoci un grande sforzo ad ogni passo, poi qualche tratto in piano dove ci si riprende, a volte anche qualche piccola discesa la quale ci fa credere che il resto sarà facile, per poi invece ricominciare a salire. Ma sappiamo che la montagna ci riserva paesaggi meravigliosi, profumi inebrianti di fiori rari, aria frizzante, animali e insetti che non vediamo altrove e incontri con persone, molte persone, perché in montagna è bene camminare in compagnia, nessuno dovrebbe mai rimanere solo. Siamo mossi dal desiderio di arrivare in cima, dove finalmente un meraviglioso paesaggio si aprirà davanti ai nostri occhi. Noi non lo conosciamo completamente perché non l’abbiamo ancora visto tutto, ma siamo certi che esiste, lo sentiamo, è la nostra utopia. È ciò che ci muove nel mondo, è l’armonia che sentiamo nel cuore e la voglia di realizzarla con gli altri. Siamo nati per un incontro, prepariamoci ad esso.

Riferimenti bibliografici [1] Jean Cocteau, Il mio primo viaggio - Il Giro del mondo in 80 giorni, ed. Olivares, Milano (1994) [2] Chris Impey, La fine di tutto. Dai singoli individui all’intero universo, ed. Le Scienze (2010) [3] Robert Pogue Harrison, Giardini. Riflessioni sulla condizione umana, ed. Fazi (2017)