Scarica il PDF(pubblicato sulla RivistaRosa+Croce, Primavera 2026) Rosa+Croceè una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine - ma impegnano solo i loro Autori - e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana. |
AutoreMaria Oliva — S.R.C., Artista

Per gli Egizi, il cuore era il centro della personalità e della coscienza morale ed etica.
In questa relazione desidero illustrarvi come il cuore sia stato considerato, nei diversi periodi storici, un centro interiore di fondamentale importanza. Analizzeremo i tratti comuni che legano questa concezione in civiltà antichissime quali quella egizia, ebraica e cristiana. Emergerà chiaramente quanto tale visione abbia influenzato la nostra Tradizione rosacrociana e martinista, nonché il pensiero di alcuni mistici che ci hanno ispirato. Non sarà possibile approfondire ogni singolo argomento, ma auspico che questa trattazione possa risultare interessante per voi. Le origini: il cuore nell’antico Egitto Le testimonianze più antiche a nostra disposizione provengono dalla civiltà egiziana, in particolare dalla raccolta dei Testi delle Piramidi, successivamente ripresi nei Testi dei Sarcofagi. La complessità di questi scritti lascia supporre che certi concetti si siano formati e consolidati in epoche molto più remote, attraverso una lunga trasmissione orale.

Per gli Egizi, il cuore rappresentava il centro immateriale dell’essere, sede delle percezioni più sottili e testimone della vita dell’uomo. Era considerato il luogo dell’intelletto, della memoria, della volontà e delle emozioni: in altre parole, il centro della personalità e della coscienza morale ed etica. Lo studio dei geroglifici ha confermato l’esistenza di diversi livelli di lettura, che costituivano parte di un percorso iniziatico. Il postulante, se ritenuto degno, avrebbe potuto (attraverso lunghe pratiche e armonizzazioni con i simboli e sotto la guida dei maestri) giungere alla comprensione della Parola Divina, acquisendo quella qualità spirituale che viene definita “intelligenza del cuore” [1], ottenuta mediante le pratiche meditative. Questa espressione, molto cara agli Egizi, si ritrova anche nella struttura della loro lingua; così, la “apertura del cuore” definisce la conoscenza iniziatica in colui che la ricerca.
La psicostasia: la pesatura del cuore
Un esempio straordinario di questa concezione si trova nella psicostasia, ovvero la pesatura del cuore, descritta nel capitolo 125 del Libro per uscire alla Luce, comunemente noto come il Libro dei Morti, principale testo religioso del Nuovo Regno. In questo rito viene rappresentato un passaggio centrale nel processo di transizione dell’anima del defunto. Questi viene condotto da Anubi al
cospetto di Osiride e delle quarantadue divinità minori, che rappresentano i principi positivi legati a ciascuna sfera di competenza sui possibili peccati che il defunto nega di aver commesso nella Confessione di Maat. Successivamente, nella Sala Maaty (Sala delle due Maat, una rappresentante la Coscienza Universale e l’altra la coscienza individuale che si sviluppa e affiora nel cuore di ogni uomo) viene posta una bilancia a due piatti: su uno si colloca il cuore del defunto, sull’altro la piuma di Maat, simbolo della verità e della giustizia dell’ordine cosmico. Il dio Thot annota l’esito: se il cuore risulta leggero quanto la piuma, il defunto avrà mantenuto in vita una relazione armoniosa con le leggi divine e sarà riconosciuto Maa-Kheru, “Giusto di Voce”, degno di accedere all’eternità. Questa definizione di Maa-Kheru è particolarmente interessante: la voce è intesa come parola, suono, come Verbo originale che l’antico dio di Menfi, Ptah, pronuncia all’atto della Creazione nel primo giorno (come nella Genesi); in altri testi si afferma che Ptah, il Demiurgo, abbia concepito il mondo nel suo cuore prima di esprimerlo con la lingua. Ciò richiama la concezione di Isaac Luria sul Creatore che si ritira in sé stesso (TzimTzum) prima di procedere alla Creazione attraverso la Parola. Maat: il desiderio divino e l’armonia cosmica Maat rappresenta il desiderio divino all’origine della Creazione e del suo rinnovamento: la scomparsa di Maat comporterebbe la fine della Creazione stessa. Per l’egiziano, dunque, seguire la via di Maat e conoscerne le leggi significa guidare la propria coscienza interiore in risonanza con la Coscienza Universale e contribuire a mantenere il creato, vivendo in armonia con la natura e gli dèi.

Lo stato della coscienza individuale nel periodo del Nuovo Regno [1] porta allo sviluppo del concetto di un dio personale che dimora nel cuore di ogni uomo: “L’uomo si rivolge sempre di più verso l’interno di sé stesso, poiché ha preso coscienza che una particella della Divinità risiede nel suo cuore”. Questo concetto ci risuona profondamente, come rosacrociani, poiché sentiamo di essere connessi alle origini… Da queste stesse radici derivano in buona parte due importanti filoni espressi nella tradizione mistica ebraica e cristiana.
Il cuore nella tradizione ebraica
Sappiamo quanto la Torah, come i testi geroglifici, sia stata redatta dopo lunghi secoli di trasmissione orale e presenti “contaminazioni” a vari livelli con la cultura egizia. In ebraico, il cuore è chiamato LEV, composto dalle lettere Lamed (30) e Bet (2), il cui valore numerico totale è 32. Questo dato è significativo: 32 sono i sentieri necessari per percorrere la propria evoluzione spirituale (stati di coscienza), e l’intera struttura del sapere divino è simbolicamente contenuta in essi. Nel Sefer Yetzirah il cuore è definito “sovrano sull’anima” (6:3) e si descrive l’esperienza mistica come “corsa del cuore” (1:8). La Torah stessa è considerata il cuore della Creazione: la prima parola è la Bet di Bereshit e l’ultima è la Lamed di Israel. Al cuore è associata la prima lettera Aleph, che rappresenta l’unità (valore numerico 1). Secondo la tradizione di Isaac Luria, il cuore umano è assimilato a un vaso contenitore, chiamato Kli; esso è il vero santuario interiore, sede della coscienza etica e spirituale, e la parte attraverso cui entra la Shekinah, la presenza Divina. Nello Zohar si legge: “Il cuore è l’altare e i pensieri sono i sacrifici che vi vengono offerti”. Il
cuore, come contenitore, è il luogo d’incontro tra l’anima pura e quella impura, sede del libero arbitrio, destinato a un percorso di purificazione per rendere il nostro Kli capace di accogliere la luce divina e restituirla. Il cuore è il motore della Teshuvah, il ritorno spirituale, guidato non dalla paura ma dall’amore profondo e magnetico verso la fonte attuando la trasformazione da un “cuore di pietra” a un “cuore di carne”. Il cuore nell’Albero Sefirotico Nell’Albero Sefirotico, nella parte superiore, l’Arich Anpin (Volto Lungo), il cuore è associato alla Sefirah Binah. Essa è la Madre e, nel mondo dell’Emanazione (Aziluth), ritroviamo il concetto che associa le sue qualità – Intelligenza e Comprensione – al cuore, restituendo il significato che attribuiamo alla frase “l’intelligenza del cuore”. Più in basso, il cuore è collegato a Tiphereth, la sesta Sephirah, le cui qualità sono Armonia-Bellezza-Compassione. Tiphereth è il cuore di Zer Anpin, una configurazione di sei Sephirot (da Chesed a Yesod) che rappresentano il “Piccolo Volto” di Dio, la dimensione divina rivelata nel mondo. Collocata al centro dell’Albero, nella colonna centrale dell’Equilibrio, collegata a tutte le altre, essa è la sintesi degli opposti: misericordia e rigore, luce e oscurità, maschile e femminile. In molti testi cabalistici lurianici e postlurianici, Tiphereth è identificata con il cuore del mondo, il cuore di Adam Kadmon e il cuore dell’Uomo Cosmico. In Tiphereth si manifesta anche la coscienza messianica, il Messia, il

Cristo interiore, l’Anima collettiva redenta. Nel cuore può avvenire la rettificazione attraverso l’osservanza delle mitzvot (precetti) e delle preghiere (intenzioni del cuore, Kavanah). Haym Vital, discepolo di Luria, nell’Etz Chaim, presenta molte tecniche meditative che pongono il cuore come centro di unione fra le varie configurazioni delle Sephiroth. Il cuore nella mistica cristiana ed esicasta Tornando indietro nel tempo, ai primi secoli dell’era cristiana, possiamo individuare la trasmissione che unisce le tradizioni egizia, ebraica e cristiana nelle comunità ascetiche dei cosiddetti Padri del deserto, stanziati nei deserti egiziani. Alcune ipotesi collegano questi asceti anche alle comunità Esseniche o dei Terapeuti di formazione ebraica. Non è semplice tracciare una storia dell’esicasmo, poiché si tratta di una corrente spirituale che, alle sue origini, non era legata a un Ordine religioso, ma sorse in piccole comunità o in singoli adepti. Nell’esicasmo è fondamentale la ricerca dell’hesychía, da cui prende il nome: si tratta della quiete esteriore e interiore, della solitudine in unione con Dio, da perseguire attraverso il combattimento spirituale e la preghiera del cuore, interiore e individuale. A ciò si associano altre pratiche, come il controllo del respiro, una certa postura, la preghiera vocale e quella collettiva previste dalle regole monastiche. Questa pratica si diffuse dall’Egitto alle comunità religiose del Monte Sinai, per poi essere adottata in Medio Oriente e presso diversi ordini religiosi orientali. Ricevette nuovo impulso, intorno al X secolo, grazie agli studi dei monaci del Monte Athos, che diffusero, anche nei paesi baltici, gli scritti della Filocalia (una raccolta
di testi spirituali scritti da monaci, asceti e mistici dal IV al XV secolo). Filocalia significa amore per la bellezza divina, ed è concepita come guida alla purificazione interiore, alla preghiera continua e all’unione divina (Theosis) attraverso la vigilanza del cuore. Nella mistica esicasta, il cuore è il luogo dell’interiorità, della discesa del Nous, l’intelligenza spirituale distinta dalla razionalità. Quando si realizza l’unione del nous nel cuore attraverso la preghiera si ottiene una unificazione dell’anima o preghiera del cuore (non solo con la bocca o la mente): “Scendi con la mente nel cuore, e lì resta, davanti al volto del Signore” (Gregorio il Sinaita). La pratica era attuata con la Nepsis, ossia la vigilanza costante sui pensieri che entrano nel cuore, attraverso la preghiera di Gesù: “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me”, recitata con il respiro, sincronizzata con il battito del cuore, in una condizione di hesychía, di silenzio e ascolto interiore. In queste pratiche aveva grande rilievo l’invocazione del Nome divino. Furono Bernardo di Chiaravalle e Guillaume de Saint-Thierry a indicare alla pietà medievale il culto del Sacro Cuore di Gesù come sede dell’Amore divino. Nel XIII secolo questo culto si diffuse in tutta Europa grazie a Benedettini, Cistercensi e Francescani. Fu Bernardino da Siena a raccomandare la devozione al nome di Gesù e la diffusione del monogramma che lo rappresenta (YHS) come ausilio esteriore alla presenza del Nome di Gesù nel cuore. Come Martinisti, possiamo supporre che i testi esicasti fossero noti a Louis Claude de Saint-Martin, poiché nei suoi scritti sui metodi della preghiera troviamo
una grande aderenza alla centralità del cuore e alla concezione meditativa della Filocalia. Il secondo istruttore del Filosofo Incognito fu Jacob Böhme che, come sappiamo, lo influenzò profondamente anche in merito all’argomento trattato. Il cuore in Jacob Böhme Per Jacob Böhme (1575-1624), il cuore non è semplicemente un organo fisico, ma un simbolo centrale della relazione tra Dio, l’universo e l’essere umano. La sua concezione del cuore si inserisce nella cornice della sua complessa teologia. Il cuore è inteso come centro spirituale, rappresentante l’essenza dell’Essere divino; è anche forza creativa, simbolo dell’amore divino, fondamento dell’universo. Nel cuore dell’essere umano si riflette questa realtà. La figura del Cristo, manifestazione visibile dell’amore divino e mediatore tra Dio e l’uomo, si manifesta nel cuore di Dio. Il sacrificio del Cristo insegna un percorso di purificazione del proprio cuore per ristabilire l’unità con Dio. Nel sistema cosmologico di Böhme, la realtà è dominata dalla dualità, che si riflette nel cuore umano, come abbiamo visto nelle tradizioni precedenti. Il cuore in Emanuel Swedenborg Un cenno merita anche la concezione del cuore in Emanuel Swedenborg (1688-1772). Swedenborg, uomo di scienza, riconobbe l’importanza fisiologica del cuore per la circolazione del sangue, ma nella seconda parte della sua vita le esperienze mistiche lo portarono a tracciare un parallelismo tra la centralità del cuore nel corpo umano e la sua valenza simbolica sul piano spirituale. Egli ipotizzò l’esistenza di un “fluido spirituale sottile” che permea
e sostiene tutte le creature viventi, fluido che interagisce con il sangue e il liquido cerebrospinale. Secondo Swedenborg, l’origine della vita risiede in un’energia creativa che proviene da Dio e si manifesta attraverso il cuore, rendendolo il punto di incontro tra energia divina e materia vivente. Nel suo pensiero teologico, il cuore rappresenta simbolicamente l’amore e la volontà dell’uomo, mentre l’attività dell’intelletto è associata ai polmoni. La sinergia armoniosa fra cuore e polmoni rappresenta l’unione tra amore e saggezza, tra volontà e ragione. Swedenborg stesso, durante la preghiera, utilizzava una tecnica che sincronizzava la respirazione con il battito del cuore, osservando che ciò poteva indurre stati di coscienza alterata e favorire l’accesso a livelli spirituali superiori. Il cuore in Louis Claude de Saint-Martin Parliamo ora della concezione del cuore in Louis Claude de Saint-Martin. Dai suoi scritti sappiamo quanto la formazione del suo pensiero sia stata ispirata da Martinès de Pasqually, suo primo istruttore. Tuttavia, Saint-Martin operò in seguito scelte diverse rispetto al maestro, abbandonando le pratiche teurgiche degli Eletti Cohen e preferendo un metodo diretto, come consigliava Böhme. Un metodo orientato a un’ascesi interiore che ci metta in connessione con il Mondo divino attraverso il cuore realizzando l’Unione con Dio. La figura del Cristo, come Agente Riparatore, è il mediatore di questa unione. Saint-Martin scrive che la via del cuore è più vicina alla nostra natura spirituale, senza riti complessi e teurgia; per seguirla “non occorre altra formula che il Desiderio, altra luce che la Purezza” [2]. Nel Ministero dell’Uomo-Spirito, il Filosofo Incognito precisa che nel Libro dell’Uomo sono scritte tutte le verità fondamentali che dobbiamo conoscere attraverso l’introspezione e l’ascolto del nostro cuore: “Il cuore è l’organo e il luogo dove convergono tutte le nostre facoltà e dove esse manifestano la loro azione; queste facoltà si riferiscono a tutti i regni che ci costituiscono, cioè il corporeo, lo spirituale e il divino… Il cuore è l’incontro e la continua espressione dell’anima e dello spirito” [3]. La vera preghiera consiste nel rivolgersi verso il proprio centro, nella contemplazione interiore. Al tempo stesso, egli esorta il discepolo a prestare attenzione ai pericoli che ci allontanano dal giusto percorso, attuando la guardia del cuore: “Se l’iniquità trovasse il cuore dell’uomo chiuso, non avrebbe altra porta per insinuarsi nel mondo” [4]. Da L’Uomo Nuovo: “Quest’organo è anche il canale attraverso il quale possiamo far circolare la Luce divina. È il Santuario che Dio desidera abitare, a condizione che l’uomo gliene lasci libero accesso” [5]. Saint-Martin concepisce il cuore umano con due porte: quella inferiore dà accesso al mondo delle tenebre, agli spiriti smarriti; la porta superiore dà accesso al mondo della Luce, al Divino, agli Spiriti elevati. È dunque responsabilità dell’uomo vigilare costantemente sulle “porte del cuore” affinché siano sempre aperte alla Luce e chiuse alle tenebre. Solo così il cuore può diventare il vero santuario interiore, il luogo in cui si realizza l’unione con il Principio Divino. Il nostro filosofo sottolinea che la via del cuore è la più diretta e autentica per l’uomo che cerca la reintegrazione spirituale. Non sono necessari
rituali complessi o pratiche esteriori: è il desiderio puro, unito alla ricerca della verità e della purezza interiore, che permette l’ascesa spirituale. L’Amore come Energia creatrice e rigeneratrice dell’Universo è l’elemento fondamentale che deve animare il cuore. Solo attraverso l’amore trascendente l’Uomo può superare le divisioni create dalla Caduta e riconnettendosi all’Unità divina. Questa concezione del cuore come centro della vita spirituale, luogo di incontro tra umano e divino, è il filo rosso che attraversa le grandi tradizioni esoteriche e mistiche dell’umanità. Dall’antico Egitto, passando per la mistica ebraica e cristiana, fino ad arrivare alle scuole rosacrociane e martiniste, il cuore è sempre stato riconosciuto come simbolo universale della ricerca del Divino. Nella nostra Tradizione, il cuore rappresenta non solo il centro dell’essere umano, ma anche la chiave per accedere ai misteri più profondi dell’esistenza. È nel cuore che si compie la trasformazione interiore, il processo di reintegrazione che ci riporta all’unità originaria con il Principio. Solo attraverso l’ascolto attento e la purificazione del cuore possiamo sperare di avvicinarci alla conoscenza della Verità e alla realizzazione della nostra natura divina. “Beati coloro che avranno purificato il cuore affinché possa servire da specchio alla Divinità, poiché la Divinità sarà per loro uno specchio” [5]. Riferimenti bibliografici [1] Christian Larré, Il Retaggio Spirituale dell’Antico Egitto Collezione Università Rosa-Croce Internazionale [2] Louis Claude de Saint Martin, Tratta da una lettera a Kirchberger (19 giugno 1797) [3] Id., Ministero dell’Uomo-Spirito [4] Id., L’Uomo di Desiderio [5] Id., L’Uomo Nuovo
