Scarica il PDF(pubblicato sulla RivistaRosa+Croce, Primavera 2026) Rosa+Croceè una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine - ma impegnano solo i loro Autori - e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana. |
AutoreClaudio Mazzucco — Imperator
“Dio del mio Durante la mia vita da rosacrociano molte volte cuore, Dio ho partecipato a discussioni sulla natura di Dio, della mia sia con membri dell’Ordine sia con non membri. comprensione”: Si tratta sempre di discussioni appassionanti e che l’espressione più in fin dei conti, pur non arrivando a delle conclubella, rispettosa, sioni, stimolano molto la riflessione. E di queste mistica e laica riflessioni voglio parlare in questo articolo. Discuche l’Ordine, tere sulla natura di Dio, la sua esistenza, se abbia nella sua creato il mondo, se lo controlli in qualche modo o saggezza, ci se si sia ritirato (come conciliare l’idea di ritirarsi consegna.
con l’idea di onnipresenza?) lasciando all’uomo il libero arbitrio, se Dio ha la possibilità di andare contro le sue stesse leggi e se non ha questa possibilità e come intendere allora l’onnipotenza divina sono solo alcune delle idee che accompagnano l’essere umano da almeno 3000 anni. Il Rosacrocianesimo moderno rappresentato dall’AMORC ha cercato di porre la questione non tanto dal punto di vista delle definizioni quanto dell’esperienza. A questo scopo, Harvey Spencer Lewis creò l’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comdi abitanti adulti capaci di pensare a questo tema. Ossia ogni essere umano adulto avrà una propria immagine di Dio, inclusi gli atei visto che per negare l’esistenza di Dio devono in qualche modo aver costruito dentro di sé l’idea che poi negano. Una osservazione sugli atei: credo che ne esistano di due tipi e che entrambi siano meritevoli di rispetto nel loro modo di pensare. Ci sono coloro che avendo riflettuto sul mondo, la realtà e la vita concludono che la natura così com’è, determinata dal caso, sia sufficiente a spiegare tutta l’evoluzione nell’universo. Spesso in una conversazione con questo tipo di ateo si vede chiaramente che il Dio di cui negano l’esistenza è proprio quel dio seduto su una nuvola che cerca di toccare la mano di Adamo. E non raramente La biologia evoluzionistica, la troviamo in questo ambito microbiologia, la genetica, la persone che costruiscono riflessioni profonde sulla vita paleontologia e l’archeologia e il suo significato. D’altra hanno lanciato una nuova luce parte, esistono coloro che si sulle possibili origini della vita sul pianeta e i processi dell’evoluzione. dichiarano atei ma lo sono soprattutto perché non si sono mai soffermati a riflettere sul tema. Lo sono, diciamo così, per una comodità, non ne sentono la necessità e questo è altrettanto legittimo. Non esiste un motivo o una legge per cui una persona dovrebbe riflettere su questo argomento magari anche contro la propria volontà. E né tantomeno esiste una ragione logica per cui noi rosacrociani dovremmo cercare di spiegare che sono in errore, ciò sarebbe una dimostrazione di presunzione che mal si addice a un rosacrociano. Come se qualcuno potesse sapere cos’è Dio. Ma cosa significa dunque l’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione”? Da un punto di vista rosacrociano dovremmo riflettere su come la co

scienza umana si sia evoluta durante i millenni. Dalla condizione dell’uomo prima della scoperta del fuoco, quando all’imbrunire doveva ritirarsi in una caverna per evitare i pericoli che non poteva vedere, all’uomo che, di fronte alle forze della natura, concepiva dei demoni o degli dèi per spiegare i fenomeni a cui assisteva fino ai filosofi greci, che indagavano la natura in modo razionale dopo aver abbandonato i miti come spiegazione del mondo. Siamo poi passati alla comprensione dei fenomeni naturali principalmente con la nascita della scienza moderna. Con Galileo e il primo principio di relatività, poi a Newton – che spiegò con la sua dinamica il comportamento dei pianeti nello spazio e dei corpi sulla terra – a Einstein, che rivoluzionò ancora una volta la visione del cosmo (spiegando che il tempo esiste ma non è lo stesso per tutti e dipende dalla velocità con cui ci si muove o dall’azione della gravità in cui ci si trova) e, infine, con la fisica delle particelle detta meccanica delle matrici o meccanica quantistica, la quale ha dato una nuova visione della materia e, in qualche modo, del cosmo stesso. Così vediamo che molta strada è stata percorsa dal genere umano, e l’idea che abbiamo del mondo è sostanzialmente cambiata innumerevoli volte. A ciò si deve aggiungere lo studio della vita con lo sviluppo della biologia, dalle osservazioni di Darwin fino alla nascita della biologia molecolare, la biologia evoluzionistica, la microbiologia, la genetica, la paleontologia e l’archeologia, scienze che hanno lanciato una nuova luce sulle possibili origini della vita sul pianeta e i processi dell’evoluzione. Tutta questa conoscenza ha espanso enormemente l’idea che abbiamo sulla vita, sull’universo e sulla realtà in generale. Dunque, cosa possiamo dire dell’idea dell’esistenza della divinità oggigiorno senza incorrere
nell’ingenuità di definire ciò che non può essere definito? Durante una visita alle scuole superiori in Italia, il famoso fisico e cosmologo britannico David Sciama fu interrogato da una studentessa su quale idea avesse di Dio essendo lui uno studioso del cosmo. Sciama spiegò che la scienza non si occupa di Dio ma che studiando l’universo “la sensazione” che si ricava è di ordine. L’universo è ordinato e risponde a delle leggi che possono essere descritte con la matematica. Come dicevano i filosofi greci, il fatto che la ragione possa comprendere il cosmo significa che il cosmo è razionale. Ma vedete: Sciama parla di “sensazione”, di una percezione interiore che non può essere descritta o spiegata. Non offre una chiara definizione di quest’ordine, non sta dicendo che cos’è l’ordine ma sta dicendo che prova una sensazione. Werner Heisenberg fu uno dei padri della meccanica quantistica; ha vinto un premio Nobel per la fisica all’età di soli trentun anni per una scoperta che fece quando ne aveva ventisei. Egli scoprì una
proprietà intrinseca della natura, cioè che esiste una impossibilità di conoscere due caratteristiche di una particella subatomica simultaneamente. Non entreremo in questo ambito per non rendere la comprensione difficoltosa a coloro che non sono abituati alla fisica. Mentre per la fisica classica possiamo, a titolo di esempio, sapere in un preciso momento a che velocità va un’automobile e in che posizione si trova simultaneamente, non è così per le particelle subatomiche. Il suo Principio è conosciuto come Principio di indeterminazione e costituisce uno dei paradossi della meccanica quantistica, perché non si tratta di una indeterminazione dovuta alla nostra incapacità di misurare un fenomeno ma piuttosto di una indeterminazione che è caratteristica intrinseca della natura stessa. Heisenberg narra nella sua autobiografia intitolata Fisica e oltre un’esperienza che gli è accaduta subito dopo la Prima guerra mondiale. Egli spiega che la Germania era in grande caos con persone che sparavano nelle strade e sull’orlo di una guerra civile. Allora la Gioventù Tedesca, un movimento studentesco giovanile, organizzò un incontro nel Castello di Prunn, in Baviera, per discutere il futuro della Germania. Si volevano confrontare diverse visioni sul futuro del paese dopo la drammatica esperienza della Guerra. Heisenberg, ventenne, partecipò alla riunione che si svolse nel cortile del Castello. Egli narra che ogni persona che saliva sul palco descriveva un ordine diverso per la società. Ogni oratore aveva una sua propria idea di società e di come dovesse essere il futuro. Nelle sue stesse parole: Io mi sentivo troppo insicuro per partecipare alla discussione ascoltai però con attenzione interrogandomi ancora una volta sul significato del termine ordine. Dai vari
discorsi appariva chiaro che si poteva credere sinceramente in ordini del tutto diversi e che, quando differenti concetti di ordine si scontravano, ne risultava la negazione stessa dell’ordine. Ciò avveniva, meditavo tra me, perché si trattava di ordini solo parziali, di frammenti di un ordine centrale più vasto e generale. Ogni concezione dell’ordine era magari vivificata da un’energia creativa ma non convergeva più insieme alle altre verso un centro unificante. Più ascoltavo più mi rendevo conto con intensità quasi dolorosa dell’assenza di un ordine globale. Provavo un dolore quasi fisico ma non mi riusciva di intravedere una via di uscita che mi portasse fuori dalla selva di opinioni contraddittorie. Le ore passavano tra discorsi e dibattiti. Nel cortile le ombre si allungarono, scese la luce grigia del crepuscolo e poi la notte rischiarata dalla luna. La gente non smetteva di discutere: poi su una balconata apparve un ragazzo con un violino, si fece silenzio e risuonarono i primi grandi accordi in re minore della Ciaccona di Bach. Di colpo con assoluta certezza seppi di aver trovato il collegamento con quel centro che mi mancava. Il limpido fraseggio della Ciaccona mi investiva come un vento freddo spazzando via le nebbie e mostrandomi le gigantesche strutture che fino ad allora mi erano rimaste nascoste. La musica, la filosofia e la religione hanno sempre mostrato oggi come ai tempi di Platone e di Bach la via verso l’ordine centrale, e di questo ero ora certissimo avendolo sperimentato in prima persona.

In varie esperienze nate nella mente e nel cuore di molti scienziati – così come nella mente dei grandi mistici – troviamo qualcosa che trascende la razionalità. Spesso si riferiscono a una esperienza, a una sensazione o a una visione. Questo è quello
che nel percorso rosacrociano chiamiamo “esperienza mistica”. Esiste una percezione di Unità, di ordine nella natura, di senso che trascende di molto l’idea di un ente creatore, di un essere che ha creato il mondo. Si tratta di una esperienza di Unità dove l’idea di tempo e spazio è sostituita da quella di eternità, di partecipazione simultanea al Tutto, che non è la somma delle parti perché non ci sono parti da sommare, un Tutto senza un fine, senza un piano o progetto, una Unità che è presente qui e ora e che ha un ordine ben preciso. Nel linguaggio rosacrociano ci riferiamo al Cosmico. È una percezione che non trova Il mistero non esiste per essere nelle parole lo strumento per pospiegato ma per essere vissuto. tersi esprimere ma che il linguaggio dell’arte e, non di rado, anche quello della scienza, evoca. C’è come un rimando a una realtà diversa, più ampia che ci sovrasta ma della quale sappiamo far parte. Non ha spiegazione, non è razionale, non si riferisce a nulla che possa essere descritto con le parole. Ecco allora che l’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione” è, a mio modo di vedere, quella più evocativa di questa esperienza. Il riferimento al cuore è una delle chiavi di lettura perché esalta il fatto che si tratta di un’esperienza interiore che nasce spesso spontaneamente, non è il risultato di un ragionamento, anche se riflettere profondamente su un soggetto di questo genere può indurre questa condizione. È una esperienza profondamente emotiva. Dall’esperienza del cuore deriva poi l’azione della razionalità, con la comprensione che è puramente individuale e soggettiva. Non può essere confrontata con null’altro perché qualsiasi confronto risulterebbe vuoto di significato. È una comprensione strettamente personale. In passato alcuni teologi hanno cercato
delle metafore per spiegare Dio, come fu il famoso caso del teologo William Paley1 e della sua metafora dell’orologio e dell’orologiaio. Egli sosteneva che, se troviamo un orologio, evidentemente ci deve essere un orologiaio. Anche se a prima vista tale idea per spiegare Dio può sembrare logica, in realtà è un sillogismo quasi infantile che può valere per un orologio ma non certo per la vita. Mentre nella sua metafora esiste un orologio e dunque ci deve essere qualcuno che lo abbia concepito e poi costruito per un determinato fine (misurare il tempo), pensare alla vita come a una creazione e desumere pertanto un creatore ci riporta all’immagine di Michelangelo. L’orologiaio concepisce e costruisce un oggetto con un fine preciso, sa dove vuole arrivare, mentre ciò che oggi sappiamo della vita è che essa non procede con un progetto ma per tentativi, esplorazioni di scenari possibili. Inoltre, essa è fortemente influenzata dal caso, da eventi contingenti che possono ad ogni istante cambiare completamente la direzione che era stata intrapresa, inclusa quella dell’estinzione delle specie, come è successo almeno sei volte nella storia conosciuta. Ma allora l’esperienza del sacro, dell’esaltazione spirituale vissuta da così tante persone nella storia è solo una illusione? Non esiste nulla oltre la materia? Non esiste un motivo per cercare una verità superiore nella vita? Se pensiamo che la vita fluisce a partire dai primi atomi autoorganizzandosi, cercando le soluzioni che meglio si adattano all’ambiente, muovendosi verso una complessità sempre maggiore fino a produrre la coscienza umana (nel nostro pianeta l’espressione più elevata di coscienza ma che esiste sin dai
Paley, W. Natural Theology: or, Evidences of the Existence and Attributes of the Deity. 1802
primi batteri) potremmo pensare che questo ordine centrale della natura o questa divinità che cerchiamo si esprime a partire da dentro le cose, e non da fuori. Potremmo pensare che essa esista in noi e in tutto quanto esiste. Un ente che impregna tutto l’universo e che lo sperimenta nel processo che noi definiamo evolutivo. Potremmo dire che Tutto è all’interno dell’ordine e allo stesso tempo è l’ordine, e che nulla esiste fuori da questo ordine centrale. Rimane tuttavia come punto essenziale l’idea che ognuno deve essere libero di pensare e sentire ciò che vuole, perché anche questo fa parte di quell’ordine centrale a cui si riferiscono Heisenberg e Sciama. Ogni espressione vivente è parte integrante di questo ordine, e ogni elemento materiale ne è parte, ogni elemento scambia con l’ambiente materia ed energia, in una danza continua che al nostro livello può essere percepita come evoluzione, ma che in una realtà senza tempo né spazio non è che una totalità eterna che è qui e ora. L’espressione “Dio del mio cuore, Dio della mia comprensione” è l’espressione più bella, rispettosa, mistica e allo stesso tempo laica che l’Ordine, nella sua saggezza, ci consegna. Essa porta a concordare visioni diverse, armonizza gli apparenti opposti e, allo stesso tempo, calma la nostra razionalità, la quale cerca incessantemente risposte razionali ai misteri della vita. Il mistero non esiste per essere spiegato ma per essere vissuto, ricordando che la verità a cui tutti aspiriamo non coincide sempre con l’esattezza, ma che spesso è proprio l’apparente paradosso a rivelarci qualcosa di più del Dio del nostro cuore.
