Rivista RosaCroce Primavera 2026Scarica il PDF

(pubblicato sulla RivistaRosa+Croce, Primavera 2026)

Rosa+Croceè una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine - ma impegnano solo i loro Autori - e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.


AutoreSilvano Leonessi F.R.C.

Gli Egizi vedevano l’essere umano come un’unità composta da sette parti interdipendenti e olistiche; ogni parte parlava a un livello diverso dell’identità, e l’equilibrio e l’armonia tra queste componenti costituiva la salute, la pienezza, la felicità.

C’è una terra dove il tempo non è una linea, ma un ciclo eterno. Dove la sabbia abbraccia il silenzio e l’acqua del Nilo batte come un cuore che non smette mai di ricordare. Una terra che ha fatto del deserto una culla di spiritualità e, della morte, un vento di rinascita. Lì, tra luce accecante e ombre millenarie, nasce l’anima dell’Antico Egitto, una civiltà con una visione profonda dell’essere e del vivere. Che cosa ha contribuito a far sì che questa civiltà fosse esempio di grandezza, splendore millenario e culla di perenne tradizione spirituale? Gli studiosi di egittologia hanno evidenziato che un tratto caratteristico nei millenni, per quanto attiene al pensiero e ai modi del vivere fin dall’Antico Egitto, sia stata la ridotta rozzezza e ferocia degli usi, prevalendo invece uno spirito speculativo e comportamenti che si intrecciavano con affascinanti visioni religiose, con una cultura e una filosofia di vivere colma di grazia, ordine e bellezza. Gli Egizi non avevano dubbi sull’eternità della vita. La vita umana era percepita come un ciclo

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indissolubile: vita terrena, morte e vita ultraterrena, fasi diverse di una unica esistenza e l’essere umano era inteso come un’unità complessa costituita da molteplici elementi, anime spirituali e materiali: il corpo Khat, il cuore Ib, il nome Ren, l’ombra Shut, il Ka, il Ba, l’Akh, e altre potenze interiori. Nel momento della morte questi elementi della persona venivano meno, uscivano dal corpo fisico e si separavano e, per poter proseguire l’esistenza anche nell’aldilà, il misero Khat – il corpo cadavere – doveva essere trasformato in un corpo nuovo, straordinario, la sacra mummia e, grazie alla mummificazione, lo stesso corpo che li aveva ospitati in vita diveniva ora immutabile ed eterno, in grado di riunificare tutti gli aspetti e le anime che si erano separate al momento della morte e ora si reintegravano in nuova forma. Se alla morte il corpo si fosse decomposto, le anime del defunto non sarebbero sopravvissute, e il loro proprietario avrebbe subito una seconda morte nell’aldilà, definitiva Statua del ka del faraone Hor e senza ritorno, dissolto nel (XIII dinastia, 1775-1630 a.C. circa) caos primigenio. “Adorna il tuo posto nella valle... nessuna colpa si accumula in coloro che lo fanno” (dalle iscrizioni di Ani - XVIII dinastia); “Per en jet” (edifica una casa eterna). Gli Antichi Egizi erano un popolo di immensa spiritualità; vivevano un mondo in cui il sacro e

il quotidiano si intrecciavano e si confondevano tanto che per loro il divino era manifestato ovunque attraverso molteplici forme: umane, animali, in fenomeni naturali, in ogni cosa. Erano profondamente a contatto e in relazione con la Natura, tutto intorno a loro era impregnato di sacralità e di vita, che inondava nei loro cuori una profonda riconoscenza verso di essa a cui faceva eco un radicato rispetto. Gli Egizi dedicavano durante la giornata momenti di preghiera e di meditazione per un colloquio con il divino Gli Antichi Egizi vivevano e un contatto con i defunti, un mondo in cui il sacro e il momenti sacri e anche saluquotidiano si intrecciavano, tutto tari, visto che per gli Antichi intorno a loro era impregnato di Egizi la salute e la felicità dipendevano dall’armonia dei sacralità e di vita. vari corpi con la Natura e con il sociale. “Adorna il tuo posto nella valle … nessuna colpa si accumula in coloro che lo fanno”. Preparati! E la preparazione per l’aldilà influenzava profondamente il pensiero, il comportamento e le emozioni. La morte era vista come un passaggio pericoloso, e il modo in cui si era vissuto in vita avrebbe determinato il destino futuro. Mentre il Faraone poteva ascendere direttamente al cielo come Dio in terra, i defunti non di stirpe reale dovevano compiere varie prove lungo un cammino irto di ostacoli, che solo con la “Conoscenza” potevano essere superati. Preparati! Adornare il posto nella valle comportava tre importanti doveri: 1) il non appesantire con colpe il cuore, vivendo la vita terrena secondo le leggi della creazione e della natura; 2) affidarsi agli dei e al senso intimo del sacro; 3) conoscere e seguire i riti, le parole e le regole preparatorie al passaggio per la vita dell’aldilà. E il mito creò il Grande Egitto. In principio era il Caos, liquido caotico

primigenio, invisibile e buio, infinito nel tempo e nello spazio, e nel Caos emerse successivamente il tutto, inteso come Maat, l’ordine, forza positiva in grado di contrastarlo. Nell’antica religione egizia Isfet, il Caos, è un principio e talvolta un’entità negativa, una divinità personificata, che rappresenta il disordine cosmico esistente prima della creazione del mondo e che continua implacabile a perpetuarsi. Esiste un eterno dualismo con Maat, principio cosmico oltre che dea, che rappresenta l’ordine cosmico manifesto, la giustizia, la perfetta armonia, la verità, luce intima condivisa socialmente da seguire nel perenne dinamismo trasformativo. Non c’è il Bene e il Male ma Ordine e Disordine, dove Ordine consiste nell’armonizzarsi con il fluire delle leggi della vita. Questo equilibrio era molto delicato, e l’antico popolo della valle del Nilo viveva nel terrore che la forza negativa Isfet – manifestazione terrena del disordine – sopraffacesse Maat dando così origine al dolore, alla sofferenza e persino alla distruzione del mondo. Maat era la forza da seguire che manteneva in equilibrio l’universo, un prinGli Antichi Egizi avevano una cipio, un faro che guidava sia filosofia di vita colma di grazia, gli dei che gli esseri umani, ordine e bellezza. cosicché se si verificavano carestie, guerre, epidemie, malattie varie, problemi personali e sociali di sorta tutto era determinato da un disequilibrio, da un disordine, e ogni risoluzione passava con l’orientarsi verso le leggi di Maat così da ristabilire l’armonia. Il Faraone, re e primo servitore, operava con le divinità, con i sacerdoti, con ogni singolo Egizio a sua volta servitore e re, nel percorrere il sentiero della verità e della giustizia, ed era un impegno che avrebbero assunto per tutta la vita, favorendo così un forte senso di appartenenza e di coesione a favore della collettività, tanto da passare in secondo piano il singolo individuo, privilegiando la condivisione e la cooperazione, senza possibili deviazioni, per far sì che Maat venisse realizzata. Ognuno, singolarmente ma soprattutto assieme, concetto fondamentale del vivere egizio, aveva la grande responsabilità di allontanare ogni disordine, di garantire la stabilità e la coesione, ognuno responsabile in ogni atto della vita, riflettendo così l’armonia divina, assumendo uno spirito di quiete, un comportamento ragionevole e di cooperazione creatrice. Adorna la tua casa eterna, ovvero il tuo cuore. Per gli antichi egizi, offrire Maat in dono, una immagine o una statuetta, era il più significativo di tutti gli atti che un essere umano poteva compiere. Era un dono, un auspicio e un impegno di condividere valori tendenti verso la verità, la giustizia ricreatrice, l’armonia e l’equilibrio, la stabilità, l’ordine e la bellezza, principi questi che hanno reso grande e maestoso l’Egitto. Adorna il tuo posto nella valle… Gli antichi egizi avevano cara una parola, un principio, su essa riponevano il senso della vita: HPR (Khepri). Raffigurata dal sacro scarabeo stercorario racchiudeva idee guida e una capacità di sopravvivenza esistenziale, una tendenza verso la crescita, l’evoluzione. Credevano fermamente che il potente dinamismo della vita si realizzi nella legge del Ciclico riproporsi e rigenerarsi ma, perché ciò possa attuarsi, era necessaria una profonda sintonia e una perfetta comprensione delle sue manifestazioni così da aver chiara la responsabilità personale per agire di conseguenza. Un altro mito ce lo mostra. Una perenne lotta era rappresentata da Amon-Ra, il dio supremo, e dal serpente Apopi. Ogni notte il dio vinceva l’oscuro Caos, simboleggiato dal serpente nero che voleva impedire la rinascita del Sole, il rigenerarsi della

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Creazione e, vinto alla settima ora, proseguiva il suo cammino per ricomparire all’alba come Khepri, sole nascente. Ogni notte una lotta per la vita, per la sussistenza dell’Egitto stesso, ogni notte si ripete la prima volta la magia della rigenerazione del mondo. Ogni giorno una ricreazione perpetuata dagli dei con l’aiuto degli akhw, spiriti trasformati dei Faraoni defunti e degli Egizi passati nell’aldilà che proseguono imperterriti nella Duat il compito di realizzare Maat. Gli Egizi vedevano l’essere umano come un’unità composta orientativamente da sette parti interdipendenti e olistiche; ogni parte parlava a un livello diverso dell’identità, e l’equilibrio e l’armonia tra queste componenti costituiva la salute, la pienezza, la felicità. Daremo ora un breve sguardo alla meravigliosa visione psicologica della persona nelle sue affascinanti parti e funzioni iniziando dal corpo Khat. KHAT · l’immortalità del corpo Gli antichi egizi chiamavano Jet (dt) il corpo fisico durante la propria vita terrena e avevano l’uso di dedicargli svariate e raffinate cure e attenzioni, ma esso prima o poi perisce e si decompone divenendo Khat, una parola che designa la componente materiale “la carne, il cadavere”. Dopo la morte, l’effimera e non più idonea carne mortale impura aveva bisogno (pena la decomposizione) di essere conservata e di trasformarsi per essere degna e adattarsi alle esigenze della nuova vita, e solo attraverso il rito della mummificazione sarebbe potuta divenire un corpo nuovo capace di una vita nell’aldilà. Il Khat diveniva allora Sah, che significa nobiltà e dignità, divenendo così l’immagine eterna e incorruttibile della persona nell’oltretomba. I parenti alla morte accompagnavano ritualmente

il corpo del defunto dai sacerdoti kheryheb che recitavano formule e preghiere rituali, e iniziavano così i 70 giorni per la trasformazione; veniva quindi portato nella Casa della Purificazione per i lavaggi, poi nella Casa della Bellezza, la vera e propria preparazione, e la sacralizzazione terminava nel Castello d’Oro con il rito dell’Apertura della Bocca, così avrebbe potuto, nell’aldilà, mangiare, bere, recitare i dovuti passi rituali, parlare con voce di Maat, divenire “Giusto di Voce”. SHUT · l’ombra che sempre accompagna Anche l’Ombra, Shut, rappresentata da una sagoma nera, era una parte sacra della persona, un suo doppio, un collegamento tra il corpo e gli elementi spirituali e un agente di trasmissione di forza e protezione da parte degli dei. Figura fedele e protettiva, capace di muoversi tra i mondi, in un mondo solare era il testimone silenzioso dell’esistere, della dignità di luce anche alla presenza del sole nero nel mondo della Duat. REN · il nome che rende eterni Gli antichi Egizi credevano che esistesse una forma di immortalità più potente di ogni altra: il Ricordo. Credevano che finché il nome di una persona viene pronunciato, essa continua a vivere. Sulle Stele ai Viventi lasciate accanto alle tombe, un messaggio attraversava i secoli: “Fermati viandante! Leggi ad alta voce questo nome.” Pronunciare un nome era un nutrire il defunto di forza, un atto d’amore, una dichiarazione d’eternità. Alla radice di tutto il mito di Ptah, il dio creatore della tradizione menfita: il dio pensò nel suo cuore alle cose da creare, ne pronunciò il nome e tutto ciò che venne pronunciato cominciò a esistere. Nell’universo egizio, pensiero, parola e creazione erano uniti da un legame indissolubile. Il cuore concepiva, la voce creava e la realtà si apriva come un fiore nella luce dell’alba con la potenza Hekau. Il nome, il Ren, era molto più di un semplice suono era sostanza, l’identità, il destino, era vita e ancora oggi, ogni volta che ricordiamo un nome, che lo diciamo ad alta voce con amore e rispetto, come gli Egizi, stiamo facendo vivere chi lo portava perché nulla muore davvero finché esiste qualcuno disposto a ricordare. IB · il cuore dell’essere Nulla ci trascina nelle profondità dell’essere egizio più del poetico pensiero del cuore, Ib, pura e originalissima poesia che vive ancora, batte forte e, come usavano gli Egizi dire: il cuore con i suoi battiti parla attraverso i vasi a tutto il corpo. I battiti sono le segrete parole del cuore. Ed era Ib, il cuore, l’organo più importante per gli Egizi: era la sede del pensiero, della volontà, la sede dei sentimenti, un centro interiore dove risiedevano la coscienza e la morale. Conteneva i desideri e le intenzioni, il coraggio e la saggezza, la memoria e quindi il ricordo di ogni decisione e azione compiuta in vita. Era illuminato dalla dea Sia, dea del potere della percezione e della conoscenza omnisciente, capace di attivare consapevolmente potenze vitali come Sekhem (energia fisicospirituale luminosa e gioiosa) e Hekau (erroneamente tradotta con “magia”), che grazie all’attivazione del Ka divenivano potenza creatrice attraverso il pensiero e la parola performativa. Si forma nel nuovo nato a partire da una goccia di sangue del cuore materno al momento del concepimento, e

a differenza del cervello che gli Egizi non ritenevano rilevante – tanto che nell’importante momento della mummificazione veniva estratto dal corpo ed eliminato –, il cuore era l’unico organo che non veniva rimosso dal corpo alla morte perché indispensabile per la vita nell’aldilà. Spettava solo a lui, dopo la morte, dare conto a Osiride del vissuto del defunto; sarebbe stato pesato dal dio Anubi, e se fosse stato più pesante della sacra piuma di Maat, appesantito dalle colpe di un vivere lontano dalla sua legge, significava che non meritava di vivere nell’aldilà, e sarebbe stato dato in pasto al mostro Ammit per scomparire nel Nun. Il termine “ricordo” – recordis, “riportare al cuore” – ci sussurra ancor oggi, attraverso il latino, che il cuore continua a restare simbolicamente il centro dell’interiorità umana. Così, quando diciamo “lo porto nel cuore”, stiamo ancora, in fondo, parlando come fossimo degli Antichi Egizi. KA · respiro sacro della vita In principio era Khnum, il vasaio divino, seduto al suo tornio, intento a modellare i corpi umani dal limo fertile del Nilo. Ma quei corpi, senza Ka, erano gusci vuoti e allora Khnum donò loro il Ka e con quel gesto li fece vivi. Così anche Atum, il grande dio di Heliopolis, dopo aver creato i figli, li abbracciò e trasmise loro una parte di sé, la propria energia vitale il Ka, rendendoli capaci di vivere e generare a loro volta. LUCE – VITA – AMORE. È dal grande valore per gli Egizi dell’abbraccio che nasce il geroglifico del Ka: due braccia alzate verso il cielo, aperte in un gesto di offerta e ricezione, un eterno abbraccio tra terra e cielo, tra divino e umano, tra padre e figlio, tra vita e vita. Il Ka è un principio energetico, un elemento spirituale invi

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sibile e intangibile pur essendo vissuto come realtà matericocorporea, fa vivere l’uomo e gli dei, anche gli dei hanno il loro Ka, e lo accompagna in tutte le sue realizzazioni sia fisiche, psichiche e spirituali; una essenza vitale, la vitalità stessa, l’energia che dà vita, che permette a un essere umano di esistere, respirare, mangiare, amare, elemento indispensabile sia per la sessualità che per tutti gli aneliti sacri. Il Ka cresce con l’uomo dalla nascita, ma non diventa vecchio, e vive la sua stessa vita seppure indipendente come una sorta di immagine speculare spirituale, un alter ego, che non compenetra il corpo, e solo dopo il passaggio nell’aldilà si unirà definitivamente all’uomo stesso. Dopo la morte viveva nella memoria dei cari, nella tomba e nei monumenti commemorativi, tendeva a non uscire dalla tomba, e con offerte doveva essere nutrito per permettere al defunto di vivere bene nell’aldilà. BA · l’anima che vola tra i mondi Il Ba venne rappresentato dalla XVIII dinastia come un uccello dal corpo leggero e la testa umana, ispirato alla grande cicogna africana; volava sopra i deserti, sopra il Nilo, sopra i templi e i cuori, testimone silenzioso della trasformazione dell’essere. Il Ba per gli Egizi era la personalità spirituale, l’anima dell’individuo, una presenza viva, pulsante, che si nutriva di volontà, di memoria, di desiderio. Era l’essenza consapevole sempre a contatto con il cuore; era la parte dell’uomo che sa, che ricorda, che ama, che cerca la verità anche oltre la morte. Dopo il grande passaggio, mentre il corpo riposava nella Dwat, il Ba spiccava il volo libero di tornare a visitare le stanze amate, di posarsi sulla tomba, di sfiorare con un soffio le statue, di

percorrere i cieli del giorno e della notte. Il Ba non si distaccava mai del tutto dalla terra, amava ancora le sue abitudini umane come mangiare, bere, amare, lavorare, desiderare. Non era solo spirito, ma una forma completa, un ponte tra corpo e anima, tra tempo e eternità, esprimendo così la continuità tra i mondi e la possibilità di passare tra le dimensioni dell’essere. AKH · lo splendore che non muore Il termine Akh, letteralmente traducibile come “efficace”, “utile” o “splendente”, rappresentato attraverso il geroglifico dell’ibis eremita, uccello dal piumaggio iridescente che si nutre di serpenti, simbolo di splendore, indicava lo spirito trasfigurato, ovvero la forma spirituale luminosa e divina che il defunto assumeva dopo la morte, a condizione che egli fosse vissuto in modo virtuoso, i riti funebri fossero stati compiuti correttamente, avesse superato il giudizio di Osiride e dichiarato, secondo la legge di Maat, “Giusto di Voce”. Era considerato l’aspetto celeste e illuminato dell’individuo, il quale si separava dal corpo per ascendere al cielo. Una meravigliosa metafora su Osiride e Ra, “Il crescere del grano” ci mostra il corpo spirituale Akh e le sue affascinanti e complesse dimensioni. I semi di grano, apparentemente senza vita fin quando non sono posti nella terra, simbolo della vita terrena, sono in potenza piccole scintille invisibili, ma con la morte diventano Osiride, trasformandosi in Akh, dando vita a meravigliosi e verdeggianti campi di grano benedetti da Ra. Il collegamento tra Akh e la luce rifletteva la convinzione che l’illuminazione spirituale fosse l’esito della purificazione morale e della comunione con il divino. Nell’oltretomba, gli Akhw costituivano un insieme di spiriti trasfigurati dotati di efficacia e autorità. Essi vegliavano sulle tombe, minacciavano i profanatori, aiutavano e proteggevano i vivi, come dimostrano le numerose lettere ai defunti in cui si invocava direttamente il loro Akh. L’Akh non era solo personale, ma cosmico: era il principio spirituale che assicurava l’equilibrio universale e l’ordine divino, collegando l’individuo agli dèi e all’intera creazione; contribuiva cosmicamente a tenere lontano Isfet, il Caos, e a realizzare Maat, creando così una vita di ordine, bellezza e pace.

Alla domanda iniziale sui motivi per cui la civiltà egizia sia durata millenni potremo ora concludere il nostro studio con questa considerazione: gli Egizi, uomini sapienti amanti della conoscenza e Copia di della vita, immersi in una sconfinata mitopoiesi, un'illustrazione del Libro dei Morti. suggestivamente compositi dalla bellezza delle Il ba del defunto loro anime, così a contatto con la natura e il sacro, Ani s'innalza dalla sua mummia. capaci di attivare potenze arcaiche e misteriose,

immersi in un vivere dove tutto esprimeva loro vita e unità, dove la socialità era condivisione, cooperazione e gioia di appartenenza, tenendo nel cuore e per mano Maat, guidati e illuminati dal solare splendore di ordine, verità, giustizia, equilibrio e armonia, così crearono una grandiosa ed eterna civiltà nel meraviglioso e immortale Egitto.