Scarica il PDF (pubblicato sulla RivistaRosa+Croce, Autunno 2026) Rosa+Croceè una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine - ma impegnano solo i loro Autori - e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana. |
Cuore e mente non sono in opposizione ma manifestazioni di una saggezza unitaria. Il pensiero egizio è improntato al principio dell’intelligenza del cuore. Più che categorizzare o analizzare in modo esaustivo l’oggetto della sua indagine, tende a suggerire allegorie, analogie e corrispondenze. Noncurante dell’astrusità che ne possa risultare, sonda l’argomento da più angolazioni, come in un gioco di specchi, tra immagini e parole le cui risonanze fonetiche e simboliche si intrecciano, risultandone un ricco immaginario, che era, in ultima analisi, uno strumento di indagine delle diverse realtà. Essi intendevano il divino come onnipervadente e alla base di ogni manifestazione. In questo senso, la divinizzazione di ogni aspetto dell’esistente permetteva loro di interfacciarsi in modo diretto con esso. Quindi cercheremo di intuire – tra geroglifici, analogie e assonanze – le molteplici valenze che aveva il cuore non solo nella vita terrena e nell’aldilà, ma anche come chiave di accesso a una conoscenza sottile, a un’intelligenza superiore, dove cuore e mente non sono in opposizione ma manifestazioni di una saggezza unitaria. idealmente uno status simile in mezzo a questo spettro dei vari piani dell’essere. Oltre al corpo fisico KHET, i nove componenti erano: REN (il nome), SEKHEM (il potere), SHUT (l’ombra), KA (il corpo psichico), AB (il cuore), BA (l’animapersonalità), SAHU (il corpo incorruttibile) e AKH (il corpo di gloria). Talvolta alla lista si aggiunge il HEKAU, la forza magica. Un’altra fonte importante per capire meglio l’idea di cuore sono i testi sapienziali, dove il cuore è considerato la sede delle facoltà interiori e morali. In questi testi il saggio egizio fa una sorta di tripartizione, le cui sfumature potrete riconoscere in alcune nostre concezioni moderne. Se ne distinguono tre aspetti della vita interiore: AB, HATY e KHET. Il cuore AB è inteso qui come centro della coscienza più razionale e della capacità di discernimento, quindi responsabile delle decisioni morali e del giudizio. Quando abbiamo parlato del corpo fisico abbiamo visto come spesso le parti del corpo sembrano essere dotate di una forma di coscienza quasi autonoma, e questo è maggiormente valido per l’AB. Il cuore non solo serba la memoria ma può persino discostarsi dalle scelte dell’individuo, è simile alla nostra coscienza intesa come senso morale. Il cuore retto che rispecchia MAAT è talvolta associato con il filo a piombo, in altri casi è considerato un santuario del Dio all’interno dell’uomo. In ambito escatologico, durante la pesatura del cuore l’AB viene valutato per verificare la purezza etica dell’individuo, ed è qui che può persino testimoniare contro talmente è forte il suo legame con il mondo divino. Lo HATY invece è visto più come il luogo dello slancio personale e delle emozioni, legato alle passioni, alla volontà e alle inclinazioni del carattere;

Il cuore-HATY
Gli Egizi avevano due termini per il cuore, una dualità che rifletteva due approcci fondamentali: uno empirico e l'altro mistico. Per indicare l'organo fisico (il cuore di carne) gli Egizi usavano preferibilmente il termine HATY. Nel Papiro Ebers (XV secolo a.C.) si legge: “Il cuore-HATY parla nei vasi di tutte le membra”, riferendosi al polso, elemento fondamentale nella diagnosi di un paziente. HATY ha un'etimologia ben nota nella lingua egizia. È formato dalla radice HAT, che ha il significato di davanti, inizio, parte anteriore o fronte, un concetto reso evidente dal geroglifico che rappresenta solo la parte anteriore o frontale del leone (Fig. 1a). L'aggiunta della desinenza -Y trasforma questa forma preposizionale in un sostantivo. Di conseguenza, per gli Egizi, HATY (Fig. 1c) significava letteralmente “colui che è davanti, colui che sta di fronte”, e infatti il cuore si trova nel petto, nella parte anteriore del corpo. Fig. 1 Fig. 1a Fig. 1b Fig. 1c A riprova di ciò, il geroglifico HAT ha un corrispettivo opposto, che raffigura solo la parte posteriore del leone (Fig. 1b). Questo segno compare in radici come PEH (dietro, fine, in fondo, parte posteriore) o KEFA (essere discreto). Nella parola HATY i geroglifici mettono in relazione il cuore e il leone, un animale simbolo di forza e fierezza, qualità che noi oggi assoceremmo al coraggio – termine che, non a caso, deriva proprio da cuore: un'idea che attraverserà i millenni. HATY potrebbe anche essere tradotto come “colui che è all'inizio”, poiché il cuore è il primo organo a formarsi durante la fase di gestazione dell'embrione. In epoca ellenistica, dall'incontro con l'Oriente i Greci rielaboraroOgni popolo sviluppa una no il concetto di melothesia, quantità variabile di termini in che diede origine all'astrobase alla propria esperienza e necessità. Ad esempio, l'inglese, a logia medica ellenistica. Secondo questa concezione, il causa del clima, ha una notevole corpo umano era inteso come varietà di parole per descrivere un microcosmo, le cui parti il bagnato e l'umido, mentre avevano un corrispettivo del gli eschimesi hanno decine di macrocosmo, rappresentato termini per qualificare il ghiaccio. dallo zodiaco e dai pianeti. Ad esempio, il segno del leone è Gli Egizi, invece, svilupparono numerosi termini per suddividere associato al cuore, al petto, alla colonna vertebrale e alla gli aspetti dell'essere umano. regione dorsale. È interessante notare che la dea leonessa SEKHMET, patrona dei medici, sia la potenza che presiede alla schiena dell'uomo e, più precisamente, alla spina dorsale e al midollo spinale. Questi erano ritenuti i canali di un'energia luminosa, chiamata SEKHEM, che corrisponde per certi versi a quella usata nella terapeutica rosacrociana. La predilezione degli Egizi per il linguaggio simbolico potrebbe però far pensare che fossero troppo primitivi per un pensiero razionale, un'idea che perdura grazie a una divulgazione imprecisa.

In realtà, come dimostra la Fig. 2, fin dai tempi più antichi gli Egizi mostrarono una straordinaria capacità di osservazione empirica che li rese i migliori medici dell'Antichità. Ricordiamo che gli studi di Ippocrate, considerato il padre della medicina occidentale, sono culminati proprio in Egitto. Fig. 2 Solco interventricolare posteriore Ventricolo destro Ventricolo sinistro Grasso nel solco interventricolare anteriore Fig. 2a Ventricolo sinistro Ventricolo destro Dilatato Fig. 2b Fig. 2c Contratto Fig. 2d Nella Fig. 2a vediamo un frammento di iscrizione risalente al 3000 a.C. circa. In basso, a sinistra, si trova una delle più antiche rappresentazioni geroglifiche del cuore, che è piuttosto realistica. Dalla sua tipica forma a vaso si irradiano dei “manici”, la cui disposizione richiama la posizione anatomica di vene e arterie. La Fig. 2b mostra la stilizzazione che il geroglifico subì nel tempo, mentre nella Fig. 2c vediamo come appare nelle iscrizioni più accurate. La Fig. 2d è una sezione del cuore che mostra i ventricoli. Sebbene la stilizzazione abbia reso meno riconoscibili i dettagli di vene e arterie,

essa ha permesso di mostrare ciò che vedremmo in una sezione anatomica, combinando due prospettive diverse in uno stesso segno, una pratica comune nell'arte egizia. Il cuore-AB La seconda parola che gli Egizi usavano per il cuore era AB. A differenza della precedente, la sua etimologia non è nota, ma possiamo ipotizzare che si perda nella più remota antichità, soprattutto se si tiene conto della sua somiglianza con la parola cuore in altre lingue afroasiatiche o delle regioni a sud dell'Egitto. Lo schema ricorrente comprende una vocale+B e sembra quasi che, avvicinandosi all'Egitto, la vocale vada aprendosi. Fig. 3

Sfortunatamente, nel periodo copto si preferì la parola HATY (che in copto appare scritta HET) a scapito di AB. Gli Egizi ritenevano che la loro lingua fosse di origine divina, e le corrispondenze tra omografi o omofoni erano considerate un segno di un legame sottile tra parole; così giocavano volutamente con l'ambiguità che si creava tra radici che corrispondevano in scrittura o suono. Chi di voi studia la Cabala potrà riconoscere una somiglianza di pensiero tra l'Egitto e questa. Nella Fig. 3 vediamo rapidamente la grafia del cuore AB e alcuni esempi di corrispondenza tra i suoi omofoni e omografi. Come abbiamo detto, il cuore era ritenuto l'organo dei moti dell'animo e, come per noi oggi, era la sede dei desideri. Così abbiamo nel suo omofono AB i significati di “amare, volere, desiderare, bramare” e, per estensione, anche “essere assetato”. Nel caso del cuore, questo può corrispondere all'ardore con cui si desidera qualcosa, come un assetato desidera l'acqua, ma anche alla funzione di organo che pompa il sangue e, come credevano gli Egizi, anche gli altri liquidi del corpo e l'aria. Abbiamo così parole derivate come ABUT (benevolenza, di animo gentile), che teneramente è omofono di ABUT (nonni, antenati, avi). In virtù del loro stato di beati e del legame parentale, sono benevolenti verso di noi. L'elasticità del sistema delle semivocali permetteva di allargare le corrispondenze tra AB e IB, con forme mediane come IAB, con la quale si può scrivere lo stesso verbo AB (amare, desiderare, bramare). Questo collega il cuore AB alla radice IAB, che viene utilizzata anche per scrivere Est e sinistra, lato sinistro. Questo accade perché gli Egizi si orientavano nello spazio mettendosi di fronte al sud. Così, le parole Ovest ed Est corrispondono rispettivamente alle parole destra e sinistra. Il

fatto che il cuore sia leggermente spostato verso quel lato aggiunge un'altra corrispondenza. Non è da escludere che questa fosse la ragione per cui, nella statuaria egizia, le figure appaiono con il piede sinistro in avanti, come a voler simboleggiare il movimento ideale sotto la guida del cuore AB, orientato verso il luogo della luce, l'Est IAB. Come esempio di omografi, troviamo parole di radice IB associate al cuore, come IB (capretto), rappresentato nel geroglifico nel suo aspetto giocoso e allegro mentre saltella. Nella letteratura lirica d'amore il cuore dell'innamorato che si agita e diventa euforico quando pensa o vede la sua amata viene spesso paragonato al capretto irrequieto che salta. Inoltre, troviamo che la parola “essere assetato” può essere scritta sia IB che AB, e persino IAB (la sua resa nel copto era EIBE). Sempre in modo poetico, il cuore è associato a IB (danzare, ballare, danzatore). Chi non ha mai sentito il cuore ballare nel petto? E la danza IBA faceva parte del complesso rituale funerario. Un'altra grafia IB ci porta invece verso il campo semantico del pensiero che corre leggero: abbiamo IB (pensare, supporre, lasciar correre la fantasia) - ai segni che scrivono i suoni I+B si aggiungono il capretto, l'uomo che pensa e il geroglifico per le parole astratte, formando una grafia decisamente esplicita di questo leggiadro fantasticare del cuore. E di costruzione simile, abbiamo IB (mescolare, mischiare): in questo caso, alla radice I+B si aggiungono il capretto agitato, il segno dell'acqua e quello del braccio che esercita una forza. Una lunga lista di parole riguardanti tendenze, stati d’animo, sentimenti e qualità etiche vengono scritte con la radice AB: il furioso è descritto come “rosso di cuore”; l’amico intimo è colui che “entra nel cuore”; una persona “discreta di cuore” è affidabile; l’ingegnoso è un

“artigiano del cuore”; la padronanza di sé è data dal saper “costringere il cuore”; l’invidioso è “di cuore disilluso”; l’amichevole è “avvolgente di cuore”; chi si crede “grande di cuore” è considerato insolente; l’avido ha un “cuore rapace”, mentre chi è “spazioso di cuore” è generoso; la felicità è data dall’“ampiezza di cuore”, e così molte altre espressioni. Il cuore AB, l’essere e l’aldilà Ogni popolo sviluppa una quantità variabile di termini in base alla propria esperienza e necessità. Ad esempio, l’inglese, a causa del clima, ha una

notevole varietà di parole per descrivere il bagnato e l’umido, mentre gli eschimesi hanno decine di termini per qualificare il ghiaccio. Gli Egizi, invece, svilupparono numerosi termini per suddividere gli aspetti dell’essere umano. Per il corpo umano esistevano diverse parole. KHET, letteralmente ventre, veniva usata anche con il significato di corpo. HAU, al plurale, indicava le membra, ma solo se il corpo era vivo. Se il corpo fosse stato privo di vita avrebbe avuto un altro nome, KHAT, con un campo semantico che richiama alle cose maleodoranti, che si decompongono. Se il corpo era stato mummificato e aveva ricevuto i rituali funerari, allora era chiamato DJET, un termine che fa riferimento a cose durevoli, stabili o eterne. Gli Egizi, che vedevano l’essere umano come un insieme di realtà sottili interconnesse tra loro, oltre a questi termini per il corpo fisico ne avevano altri nove che andavano spiritualizzandosi fino ad arrivare al principio divino celeste che costituiva il punto di emanazione, l’AKH. Dato che il cuore AB ha una posizione centrale nel corpo, aveva
Fig. 4 forse non a caso si scrive con il geroglifico HAT del leone (Fig. 1a). Viene spesso evocato come la parte dell’essere umano che guida le azioni nel mondo, determinando l’iniziativa e la direzione personale. È associato alla spontaneità e al desiderio. E nel KHET inteso come ventre, pancia, il saggio identifica la sede dell’istinto e delle pulsioni basilari. Il ventre in senso simbolico è connesso alle pulsioni irrazionali e alle esigenze primarie. In questi testi il dominio delle pulsioni del KHET è segno dell’autocontrollo di cui deve saper dare prova il vero saggio. Forse l’ambito che meglio può far luce su cosa intendessero gli Egizi per AB è quello della psicostasia. Al momento della morte il BA esce dal corpo e si invola verso il regno spirituale fino alla Sala delle Due Maat, dove sarà sottoposto a un giudizio. In presenza del BA, l’AB è pesato. L’AB è posto su un piatto della bilancia, sull’altro la piuma simbolo di Maat. Se osservate la prima immagine della Fig. 4, noterete che il geroglifico del cuore somiglia molto a un vaso. In effetti, l’AB nella psicostasia appare come un contenitore delle esperienze di vita del defunto: atti, pensieri, parole, desideri, tutta la memoria della persona è raccolta nel AB e ora viene posta a confronto con l’ideale della misura, dell’armonia, della legge divina. Ciò che viene chiesto all’Egizio non è che il suo cuore sia più leggero di una piuma, ma che la sua coscienza sia in equilibrio con l’armonia cosmica. Da notare la corrispondenza speculare tra AB|BA. Ma se gli Dei si mostrano accoglienti e comprensivi con chi si è sforzato di mantenere il suo cuore in equilibrio, ciò non accade per chi si macchia di crimini orrendi. In quel caso, a fianco della bilancia una figura minacciosa attende l’esito, AMMIT (La Divoratrice), da AMM (inghiottire, divorare). Un ibrido composto da tre tra gli animali più pericolosi della fauna del tempo: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo. In quel caso AMMIT inghiotte l’AB e l’individuo smette di esistere, è la temuta seconda morte, dalla quale non ci sarebbe salvezza. L’individuo che ha appesantito il proprio cuore rendendo impossibile l’equilibrio con la piuma, con l’ordine divino è riassorbito dal cosmo. In egizio il verbo AMM-AB letteralmente “inghiottire il cuore” significa svenire, perdere coscienza, che è ciò che accade all’individuo che viene consegnato ad AMMIT; il suo Io smette di esistere e l’individuo è perso. Testa o cuore? Il cuore incorporeo AB trova il suo simbolo nel cuore di carne HATY che, come abbiamo visto, ne è il geroglifico. Il fatto che a volte siano scambiati nei testi, unito alle imprecisioni della medicina egizia, al linguaggio simbolico e a un certo pregiudizio sulla maturità intellettuale dei popoli antichi, ha generato non poche incomprensioni che riecheggiano tra libri di divulgazione, documentari televisivi, articoli di rivista e siti internet. E il fatto che durante la mummificazione fossero estratti tutti gli organi - cervello incluso - mentre al cuore si riservava sempre un trattamento speciale ha esacerbato questa errata visione. Tranne che in studi molto specifici tra storia della medicina e l’egittologia specialistica sentiamo dire spesso che gli Egizi ignoravano l’importanza del cervello e che per loro era il cuore a farne le veci, citando ostinatamente testi religiosi - nello specifico, della teologia menfita - per dimostrarlo. Eppure, quando gli Egizi hanno voluto parlare del cuoreorgano, pur con gli errori dell’epoca, hanno dimostrato una lucidità e un approccio quasi scientifico. Il cuore AB, come abbiamo visto, abbraccia un ampio ventaglio di significati che vanno dal cuore vero e proprio a forme più astratte e simboliche a quelle altrettanto reali ma di natura spirituale, e non devono essere confusi i diversi piani. L’AB è inteso come la coscienza dell’individuo sulla terra, la parte del BA che si manifesta nel mondo e che poi, una volta esaminata al momento della pesatura delle parole, torna a integrarsi nel BA. Confondere questo con l’organo nel petto HATY, che pompa nei vasi delle membra, è un errore grossolano. Gli Egizi non erano nel modo più assoluto ignari dell’importanza del sistema nervoso e questo può essere facilmente provato. Prima di cercare le evidenze, con il semplice buonsenso possiamo capire che un popolo che ha compiuto grandi opere (che hanno richiesto grandi numeri di lavoratori) ha prodotto una grande casistica di incidenti sul lavoro. Traumi, commozioni, contusioni, rotture ossee, problemi alle articolazioni ecc. hanno messo a prova il genio egizio in campo medico fin dalle fasi iniziali della loro civiltà. La semplice osservazione dei danni subiti in seguito a traumi alla testa o alla spina dorsale ha subito chiarito ai medici egizi che cervello e spina dorsale regolavano le funzioni cognitive e motorie. Le mummie danno prova di interventi importanti che ancora sorprendono i medici moderni, con casi di trapanazione del cranio e la ricostruzione ossea delle zone trattate, a dimostrazione che il paziente è sopravvissuto a questi interventi in diversi casi. I papiri medici trattano ampiamente queste tematiche e la varietà di termini per nominare parti del cervello dimostra anche in questo caso una conoscenza tutt’altro che trascurabile. Senza voler idealizzare la conoscenza empirica della medicina egizia, possiamo tranquillamente affermare che disponevano della medicina più avanzata del loro tempo, e anche di qualche secolo a venire. In effetti, la reputazione degli Egizi come migliori medici trovava d’accordo tutto il mondo antico, dal Mediterraneo fino alla Persia. Per chi, in seguito, vorrà approfondire questo argomento affascinante, consigliamo di fare ricerche mirate, meglio se in lingua inglese, sapendo che troverà una infinità di libri, siti e video dove si ripete lo stesso errore di cui abbiamo parlato all’inizio. Inoltre, come risulta evidente dai geroglifici, dai testi e dall’arte Egizia, la testa rappresentava la personalità e la volontà. La parola TEP significava non solo testa, ma anche inizio o principio. La locuzione preposizionale HER-TEP (letteralmente “sopra la testa”) si usa per dire: “a capo di”, e la sua forma sostantivata HERY-TEP (capo, superiore, rettore, chi è al comando) riflette l’idea che dalla testa partisse la guida del corpo e il potere decisionale. Anche se il cuore AB era considerato il luogo delle emozioni e del pensiero morale, la testa era riconosciuta come il luogo in cui risiedeva il controllo delle azioni e la percezione sensoriale (vista, udito, parola), essenziali anche per la rinascita e la comunicazione con il mondo spirituale. Gli Dei erano spesso raffigurati con teste di animali o portavano segni distintivi sulla testa per rappresentare le loro qualità divine specifiche ed essere riconoscibili tra loro. La testa umana sul corpo di uccello segnava il BA come sede dell’individualità. Insomma, agli Egizi erano chiare le funzioni della testa come centro di comando fisico e spirituale, simbolo di identità, autorità e connessione divina.