Scarica il PDF (pubblicato sulla RivistaRosa+Croce, Autunno 2026) Rosa+Croceè una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine - ma impegnano solo i loro Autori - e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana. |
AutoreThierry Guinot — F.R.C.
Migliorare il rapporto con se stessi, con la Natura, con Dio e con l'Universo: così espandiamo la nostra coscienza. L’Imperator Claudio Mazzucco maneggia l’elocuzione con facilità, ma anche con abbondanza, questo secondo carattere essendo spesso corollario del primo. Si esprime volentieri in tono di conversazione, del discorso naturale; quindi, alcune delle sue formulazioni potrebbero sembrare aneddotiche, o essere solo effetti di linguaggio, e di conseguenza passare inosservate a un ascoltatore «passivo». Tuttavia, dietro questa apparente semplicità, si possono scoprire posizioni di ordine filosofico molto interessanti per i Rosacrociani. Dai suoi vari interventi si possono trarre tre considerazioni particolarmente significative, che inducono a ripensare nozioni che si credevano definitivamente consolidate. Le pagine che seguono sono consacrate a questo esercizio di ermeneutica, nella speranza che non tradiranno lo spirito di colui che le ha ispirate. Imperator Claudio Mazzucco
Umanesimo rinnovato e densità relazionale
In un’intervista filmata davanti al camino della sede della Grande Loggia di Lingua Italiana quando era ancora Gran Maestro, l’Imperator parlava di un «rapporto con se stessi, con la Natura, con Dio e con l’Universo». Riteneva che questa ricerca mistica esistesse da millenni e che si riallacciasse a un «impulso interiore» dell’uomo, secondo le sue stesse parole. Descrivendola in questo modo, alludeva implicitamente all’umanesimo rosacrociano, ma anche, senza dubbio – in modo più profondo – alla necessità di un’estensione della coscienza umana. A proposito di umanesimo, ricordiamo che quello rinascimentale derivava già da un fenomeno di estensione di coscienza, favorito da una felice congiunzione di molteplici fattori. Dall’invenzione della stampa, nel 1454, era possibile diffondere le conoscenze in proporzioni moltiplicate, aprendo la strada a una vasta diffusione del sapere e, soprattutto, a una diffusione liberata dagli intermediari religiosi1. La scoperta dell’America alla fine del XV secolo e il primo giro del mondo di Magellano nel 1520 avevano fatto scoprire agli uomini la diversità degli insediamenti e delle culture umane. La rivoluzione copernicana, dal canto suo, aveva permesso di realizzare che il nostro pianeta non era il centro, ma solo una particella del nostro universo, il che rappresentava l’inizio di un profondo sconvolgimento del rapporto dell’Uomo con la Natura. Infine, grazie a un nuovo interesse per i testi latini e greci, la filosofia si era arricchita da un lato della razio1 Ecco perché quest’epoca è caratterizzata dall’apparizione del protestantesimo, fondato su un rapporto diretto dell’Uomo con Dio, senza l’intermediario del clero, a differenza del cattolicesimo. nalità antica, e dall’altro della saggezza promossa dai platonici, dagli stoici e dagli epicurei, senza dimenticare alcuni sofisti2, spingendo la ragione e la saggezza – qualità specificamente umane – in cima alla scala dei valori. Da questo Uomo nuovo doveva sorgere una società ideale, diffidente nei confronti dei poteri assoluti, poiché l’intesa tra gli individui presuppone una relazione orizzontale. Ma promuovendo l’autonomia della ragione umana, l’amore per l’umanità, cioé la centratura sull’Uomo, l’umanesimo del XVI secolo correva il rischio di relativizzare il posto di Dio nello schema universale e di provocare scontri con le dottrine religiose, cosa che del resto è avvenuta. In modo molto schematico, la filosofia dell’Umanesimo metteva in primo piano delle dualità, sia dal punto di vista metafisico (Dioil mondo; spiritomateria), sia dal punto di vista morale (benemale; vizivirtù). Si ritrovano queste preoccupazioni iniziali dell’Umanesimo negli autori dei protomanifesti della Rosa-Croce dell’inizio del XVII secolo, ma con una modalità originale e molto importante: quella del rapporto con Dio come motore della trasformazione della società. Infatti, la Fama Fraternitatis afferma chiaramente che «le regole fondamentali di questa società3 Si pensi a Protagora, che per primo proclamò che «l’Uomo è la misura di tutte le cose», secondo Platone nel Teeteto, 152a, ma anche nel Cratilo, 385e. La «Fraternità della Rosa-Croce» primo luogo dai nostri ultimi Manifesti, può essere riassunta come quella dell’insieme delle cose che presentano un ordine, che realizzano dei tipi o si producono seguendo delle leggi, e più specialmente il principio universale attivo e vivente, nonché la volontà di ordine che si manifesta attraverso questa regolarità. L’Uomo di oggi deve ritrovare questo «principio di ordine» cosmico, dal quale il suo libero arbitrio lo ha spesso allontanato a suo danno, violando le leggi della Natura o, al contrario, quelle dei bisogni dell’essere umano, in entrambi i casi attraverso concetti politici6. Così come espresso dall’Imperator, il legame dell’Uomo con la Natura mantiene risolutamente il concetto umanistico nella successione delle tradizioni mistiche, e di un umanesimo così come proclamato da Pico della Mirandola. Qui, il motivo politico scompare a favore di un motivo di morale collettiva e di etica individuale, reintegrando il libero arbitrio dell’Uomo nel processo che lo unisce alla Natura. Si tratta quindi di un aggiornamento dell’Umanesimo rinascimentale, adattato al mondo di oggi. Come a quell’epoca, siamo entrati in un nuovo periodo di mutazione ontologica con la mondializzazione, uscendo dai limiti delle nostre coscienze esistenziali un tempo molto localizzate, le cui esperienze e relazioni si estendono ora all’intero pianeta. È quest’estensione di coscienza che Il principio di ordine si oppone ad alcuni principi ultraliberali che promuovono il sovraconsumo a scapito della Natura. Ma si oppone anche al «principio coercitivo» dei neomalthusiani del XIX secolo, che aveva pervertito l’Umanesimo asservendo l’Uomo alla Natura in un’interpretazione radicale. I neomalthusiani proponevano una restrizione drastica dei diritti e della soddisfazione dei bisogni dell’Uomo, nella visione di una Natura dittatoriale, che ha poi alimentato le teorie della Deep Ecology. l’Imperator propone come principio, rinnovando lo spirito universalista della Rosa-Croce del XVII secolo, senza però tradirne i fondamenti. Non siamo più nel quadro di un umanesimo antropocentrico rinchiuso su se stesso e che esclude Dio7, ma in quello di una dignità trascendente dell’essere umano all’interno dell’insieme Cosmico. Il punto in cui la proposta dell’Imperator diventa più originale è nel concetto di densità relazionale che lui invoca quando invita a un riavvicinamento fraterno più stretto in seno alla comunità rosacrociana. Si obietterà che la fraternità tra tutti gli uomini è un tema antico, ma qui è più specificamente tra i Rosacrociani e «sotto gli auspici della Rosa-Croce» che l’Imperator desidera rafforzare i legami, al punto da farne la prospettiva di un organismo spirituale che sarebbe la freccia di un’ascesa verso una coscienza rosacrociana collettiva. Questa nozione di collettività organica è caratteristica dei suoi diversi interventi nell’ambito dell’Ordine e non deve essere ridotta a semplice empatia naturale, che – questa – si limiterebbe all’ambito sentimentale. Si tratta evidentemente della volontà più profonda di costruire un’unicità, una parentela spirituale8, fondata su radici storiche e su valori comuni, e tendente alla realizzazione di un ideale comune. Si potrebbe qualificare quest’approccio, attenendosi al significato preciso delle parole, come «strutturalismo teleologico». Questa densità relazionale, quest’aggregazione delle coscienze attraverso il rafforzamento delle interrela7 Secondo l’espressione di Claude Delbos, massone e autore dell’opera intitolata Aux sources de la Rose-Croix, Ed. Detrad aVs, Parigi, 2008. Questa nozione si ritrova nella vita delle comunità monastiche. sposta facile consisterebbe nell’evocare la «respirazione» dell’esistente umano, attraverso cui l’inspirhzione concentra mentre l’espirazione disperde. Di fatto, l’opposizione è solo apparente, ma per superarla è necessario riscoprire il passato, così come gli umanisti del Rinascimento hanno riscoperto l’Antichità. Poiché parallelamente a questo «principio di essere», che è al tempo stesso l’elemento primo e immanente del divenire dell’incarnazione umana, la sua origine e il suo motore permanente, la Rosa-Croce propone un cammino, un percorso personale, illustrato simbolicamente nella Fama Fraternitatis, che descrive il periplo geografico di Christian Rozenkreutz in Oriente, ma anche nelle Nozze Chimiche, dove si tratta di un periplo interiore profondamente mistico. Ora, questi due percorsi, che possono essere qualificati entrambi come «pellegrinaggi», hanno in comune il fatto di risalire gradualmente verso un luogo o uno spazio sacro, sia esso esterno o interno. Questo duplice aspetto della ricerca della conoscenza (periplo geografico e percorso interiore) può essere assimilato al percorso iniziatico, poiché un’iniziazione è costituita sia da deambulazioni fisiche che da una ricerca interiore, quest’ultima dinamizzata dal rituale. Ma esiste anche un altro percorso, di cui abbiamo parlato poco sopra, che è caratteristico dell’Umanesimo rinascimentale: è il percorso nel tempo. Come abbiamo detto, l’interesse degli umanisti di quest’epoca per i filosofi greci li ha condotti a ispirarsi ampiamente ai loro insegnamenti, ma i valori della civiltà grecoromana costituivano anche i criteri del loro giudizio estetico. Così gli artisti dell’epoca hanno copiato abbondantemente le statue antiche e la loro architettura ha ripreso a sua volta i modelli stilistici dell’Antichità. È quindi una nozione di «ritorno» che dobbiamo ora evocare.

sono rivelare e temere Dio sopra ogni cosa», senza contare il motto del quarto cerchio: «Dei gloria intacta»4 e, naturalmente, il famoso excipit: «Sub umbra alarum tuarum Jehovah»5. Quanto alla Confessione Fraternitatis, essa proclama nel capitolo IV: «Il nostro amato Padre Christian R.C. è stato pienamente illuminato dalla saggezza divina», e poco più avanti: «Rallegrati, o umanità, è giunto il momento in cui Dio decreta l’ampliamento e la prosperità della nostra FraternitÀ». Nel capitolo VI si legge: «La nostra Fraternità è sotto l’effettiva protezione di Dio», e dai capitoli successivi potrebbero essere tratte molte altre citazioni. Per quanto riguarda Le nozze chimiche di Christian Rozenkreutz, basta fare riferimento alla prima frase: «Una sera, qualche tempo prima di Pasqua, ero seduto al mio tavolo e, come al solito, conversavo a lungo con il mio Creatore in un’umile preghiera». Fedele a queste fonti, l’Imperator Claudio Mazzucco integra nella sua definizione il rapporto con se stessi e con Dio. Si inserisce quindi nella perfetta linea dell’umanesimo della Rosa-Croce, che stabilisce un legame fondamentale tra Dio e l’essere umano. Questa concezione restituisce all’Umanesimo una dimensione metafisica, molto presente nei platonici, ma che il Rinascimento aveva un po’ perso di vista quando si era ispirato alle loro dottrine. Questo rapporto fondante con la trascendenza deve quindi essere considerato come il primo dei Landmarks dell’Ordine. Questo riguarda Dio. Ma che cosa ne è della Natura? La concezione filosofica della Natura che emerge dai recenti testi pubblicati dal nostro Ordine, e in «La gloria di Dio à intangibile» «All’ombra delle tue ali, Geova»

zioni, va ben oltre il semplice rafforzamento delle maglie di una rete, mira piuttosto alla costituzione di un’universalità, e in questo è profondamente idealista, ma senza mai cadere nel sistematismo. Se si segue questa visione nei suoi diversi aspetti, l’umanesimo rosacrociano assume oggi un’altra dimensione proponendo: 1) Dio come origine e centro dell’Universo; 2) una relazione personale dell’Uomo con Dio e con la Natura; 3) un processo di totalizzazione all’interno di un organismo in via di spiritualizzazione. Il concetto di fraternità concentrata appare quindi molto complementare a quello di umanesimo nell’espressione che ne fornisce l’Imperator, ed è per questo che possiamo includerlo nella stessa riflessione. Infatti, la coerenza delle proposte 1 e 2 trova il suo pieno significato solo nella convergenza espressa nella proposta 3: l’«umanizzazione»9 così considerata diventa armonizzazione per via di convergenza e realizzazione per via di centrazione. Una tale concezione è profondamente mistica: l’Uomo rimane nel cuore dell’esistenza, ma è invitato a un processo di relazione dinamica con il divino e con l’Universo. Tutto ciò designa una prospettiva centrata su una finalità, sulla posteriorità, una tensione verso l’avvenire, il desiderio di una spiritualità ascendente e costituente. Tuttavia, queste spiegazioni sarebbero suscettibili di sboccare su un paradosso: da un lato un movimento di espansione della coscienza verso degli infiniti, dall’altro un movimento di concentrazione relazionale. Una ri9 Cioè la formazione della triplice relazione dell’Uomo con se stesso, con la Natura e con Dio.
Dimensione transtemporale L’Imperator ama evocare i primi Rosacrociani che sbarcarono in America a bordo della nave Sarah Maria nel 169410. A prima vista, si potrebbe pensare che si tratti di uno slancio nostalgico, persino romantico, verso questi lontani predecessori, ma una simile interpretazione superficiale è l’albero che nasconde la foresta. Perché se limitiamo la nostra riflessione all’apparenza di un discorso ripetuto, potremmo quasi arrivare a considerarlo malinconico. Se, invece, eleviamo a livello filosofico questo movimento ricorsivo del pensiero manifestato dall’Imperator, è un’altra la dimensione che appare. La ricorrenza del discorso diventa l’espressione di una struttura intenzionale. Ma quale? Il discorso sul passato dev’essere distinto dal passato stesso, dagli eventi o dalle persone che ne hanno fatto parte. Descrivere la successione diacronica delle cose o delle persone nel corso del cammino della storia equivale a evocare delle «piccole verità», temporanee e sempre lacunose, che un tempo sono state verità oggettive, trasformate in verità soggettive dalla loro scomparsa dal piano manifesto; queste sono diventate il campo di studio degli storici o il luogo di ispirazione dei poeti. In altre parole, sono entrate nel dominio del discorso descrittivo, del ricordo delle cose morte. Nella nostra comprensione umana, il passato non può essere «vivo», poiché concepiamo questo termine solo in relazione alla nostra stessa vita, in altri ter10 Il nome esatto di questa nave sembra essere stato Sarah Maria Hope-Well. Guidati da Johannes Kelpius e ispirati dalla Nuova Atlantide di Francis Bacon, questi pionieri – dei pietisti tedeschi – desideravano sfuggire alle persecuzioni e ai peccati del vecchio mondo e fondarono una comunità nel parco di Ephrata vicino a Filadelfia. del tempo, che è allo stesso tempo una grandezza fisica e una dimensione interiore della nostra coscienza, nelle quali si svolge la nostra esistenza al di là dei fenomeni. Qui appare un terzo livello di comprensione, al di là della rimemorazione e della commemorazione di ciò che intendiamo come passato. Per comprendere questo approccio, possiamo riferirci al Dasein (Esserci o «Essere-Lì») di Heidegger11, in cui il tempo è guardato come l’orizzonte della questione dell’essere. Il tempo è considerato a partire dall’essere umano e non più a partire dagli oggetti, non è più un tempo oggettivo, e da parte sua l’Essere non è più considerato in rapporto all’«essente», né in rapporto all’«esistente», ma come un «universale» nel senso che gli davano gli scolastici12. In questa nozione di Dasein, l’essere umano riconosce se stesso come un «fatto di essere», al di là della sua stessa esistenza: è il concetto heideggeriano di «Esserenelmondo». L’interrogativo «che cos’è l’essere?» ha dato origine in Heidegger alla costruzione di una «ontologia fondamentale», come la chiamava lui stesso, in cui «l’oggetto storico» non è più collegato al passato ma diventa una realtà in sé, a partire da una temporalità distaccata dal tempo cronologico, dal movimento delle cose, in altre parole dal tempo degli orologi. Si cambia quindi di prospettiva: il tempo non «passa», ma diventa – come afferma Heidegger stesso – «l’orizzonte possibile di ogni comprensione dell’essere in generale»13. Attraverso il Da11 Cfr. Heidegger (M.), Sein und zeit, in: Jahrbuch für Philosophie und phänomenologische Forschung, t. VIII, Edmund Husserl Ed., Halle, 1927. 12 Si tratterebbe quindi di un universale post rem, secondo la loro concezione. 13 Cf. Sein und zeit, Esergo. sein, il passato e il presente sono anche l’avvenire, in una permanenza del Sé. Certo, l’argomento può sembrare astratto, ma libera dalla cronologia e ci lascia intravedere un tempo «tirato dell’avvenire», un’unità delle tre dimensioni temporali (passato, presente, futuro). Filosofo molto innovativo, Heidegger era stato immerso nei dogmi teologici durante la sua giovinezza e si era persino ispirato a Lutero, ad Agostino d’Ippona o, tra altri14, alle epistole di Paolo, ma era poi diventato un ateo molto preoccupato dalla morte15. Quindi qui l’argomento rischia di ritorcersi contro se stesso, perché in una concezione materialista la morte significa necessariamente la separazione del Da e del Sein: l’«Essere» non sarebbe quindi più «Lì»! Nonostante le proposte heideggeriane siano molto illuminanti per il nostro soggetto, questa rottura ontologica erige una barriera probabilmente insuperabile per un rosacrociano. Infatti, nella filosofia del nostro Ordine, e per i mistici in generale, lo scorrere del tempo nella prospettiva della morte non è il quadro di un processo di degradazione dell’essere, ma il quadro esistenziale di un processo di perfezionamento dello stesso, e si può essere certi che nel pensiero dell’Imperator il tempo che ci separa dai nostri antichi fratelli che sono sbarcati in America non è percepito come una separazione da queste origini rosacrociane. A dire il vero, il concetto che emerge dalle sue parole non è 14 Egli aveva esposto il concetto dei Quadriparti (Das geviert, la «quadratura»), in cui il Cielo, la Terra, gli dèi e i mortali non sono separati, ma riuniti in un’unità originale. Va tuttavia notato che si trattava già di un concetto pitagorico, riportato da Platone (Gorgia, 507e-508a). 15 Si può notare il concetto di «Essereversolamorte» in Sein und Zeit, Sezione II, capitolo 1, § 47 e seguenti. infine nell’essere che li assorbe. Secondo questa dottrina, la realtà temporale del Cristo non si riproduce in modo successivo da 2000 anni, è permanente, il suo sacrificio è permanente, questa realtà è quindi transtemporale, è la sua attualizzazione che possiede il carattere di fenomeno nel senso platonico e aristotelico del termine (to phainómémnon, «cisò che si mostra»). Non siamo quindi più in una semplice celebrazione o riproduzione, ma in un processo di partecipazione al di là dello spazio e del tempo che separano il comunicando di oggi dalla Cena iniziale a Gerusalemme18. Si tratta di una permanenza dell’Essere, che si attualizza nei fedeli quando si associano al processo partecipativo. E per tornare al concetto di Heidegger, si tratta quindi di un Dasein permanente di un «Essere-Lì» sempre presente, qui e ora. In queste condizioni, il processo non dipende più dal tempo, dipende dallo spirito, dalla coscienza che si associa a una realtà indipendente in se stessa dalla successione cronologica. E questo si ricollega ai nostri insegnamenti: la realtà si situa sia al di là del tempo che dello spazio. C’è una disgiunzione tra la mente e la misura temporale, come lo esprimeva già – alla fine del IV secolo – Agostino d’Ippona: «In te, mia mente, sei tu che misuro quando misuro il tempo»19. Per un Rosacrociano, questa distanza fenomenologica rappresenta ciò che manca allo schema di Heidegger. È così che le ripetute anamnesi dell’Imperator sui 18 In teologia sacramentale l’Eucaristia presenta un duplice aspetto: l’anamnesi, che è il ricordo dell’Ultima Cena, quindi rivolto al passato, e l’epiclesi, attualizzazione del Mistero, quindi una situazione presente attraverso la partecipazione al sacrificio permanente. 19 Agostino d’Ippona, Le confessioni, Libro XI, 27.

mini lo confrontiamo con la nostra percezione dell’«esistente» che siamo nel momento presente. O c’è contemporaneità e comprendiamo l’evento o la persona come presenti, o c’è distanza temporale sul piano dell’esistenza e li integriamo nella categoria del «passato». Il discorso sul passato si stacca allora chiaramente dal suo oggetto. È necessario abbandonare questa visione cronologica per cogliere il senso del messaggio dell’Imperator nella sua anamnesi dei pionieri della Sarah Maria. Ma allora come far «rivivere» quello che noi chiamiamo il passato? Tale intenzione è realizzabile attraverso la riproUn'iniziazione è costituita duzione di un evento su un altro sia da deambulazioni fisiche piano; si tratta quindi di una comche da una ricerca interiore, memorazione: il ritorno sui luoghi quest'ultima dinamizzata di tale evento o la sua fedele riprodal rituale. duzione nel corso di una cerimoNoi, deputati del Collegio nia. Il cinema ci offre a questo proposito delle illustrazioni che principale dei Fratelli della possono essere di un realismo sorRosa-Croce, facciamo soggiorno visibile e invisibile prendente, le sfilate in costumi d’epoca ci fanno rivivere dei fatti in questa città per grazia lontani, ecc... In questi casi si tratdell'Altissimo, verso il quale ta di un’illusione, ma di un’illusiosi volge il cuore dei Giusti. ne presente. Il passato risorge, tuttavia rimane un passato nella nostra concezione successiva del tempo, che manifesta così un «bisogno di evento». L’Imperator ci propone un altro approccio – radicale – che è l’abbandono del criterio temporale stesso. I nostri insegnamenti ci apprendono che lo spazio e il tempo sono certamente dei dati fisici, ma sono anche delle illusioni legate alla nostra comprensione umana, alla nostra posizione nell’insieme cosmico così come esiste allo stato di manifestazione. Il Rosacrociano è in grado di cogliere questa equivocità

probabilmente nemmeno legato al tempo stesso, né a questa nozione di durata che spesso lo caratterizza; sicuramente si collega all’Essere. Per completare lo schema di Heidegger, occorre quindi rivolgersi verso le visioni spiritualiste. Si presentano diverse vie: quella del buddismo condurrebbe inevitabilmente ad affrontare il tempo (o l’illusione del tempo) in funzione della nozione di impermanenza (Anitya), ma anche del Dharma16; si potrebbero scegliere altri esempi tra i movimenti spirituali, ma il più pertinente è senza dubbio quello dell’Eucaristia nel cristianesimo. In questo concetto teologico, e per rimanere molto semplice, l’Eucaristia è la partecipazione dei credenti al sacrificio del Cristo, simbolo della Nuova Alleanza tra Dio e l’Uomo. Durante il pasto pasquale, Gesù ha identificato il pane e il vino con il suo corpo e il suo sangue, e nel momento in cui questo gesto viene reiterato, i fedeli partecipano in realtà a una reincorporazione dell’essere del Cristo in loro. La teologia sacramentale insiste sul fatto della presenza del Cristo in quel momento, una presenza reale mediante la transustanziazione del pane e del vino17. Questa realtà della presenza è il punto centrale della spiegazione, poiché evidentemente c’è un solo soggetto in questa liturgia: il Cristo, che si incorpora negli oggetti che sono il pane e il vino, e 16 Perché l’ordine implicato dal Dharma ha un'incidenza sulla nozione di campo temporale. Ma anche un esempio tratto dal buddismo si scontrerebbe con la nozione di umanesimo definita dall’Imperator, che fa della relazione con Dio una proposta determinante (vedere sopra). 17 La transustanziazione implica, come indica il nome stesso, un cambiamento di sostanza nel senso aristotelico del termine (che distingue la «sostanza» dall’«accidente», quest’ultimo essendo l’apparenza, o le «specie» in teologia cattolica e ortodossa).
Caverna di Kelpius (Efrata) Rosacrociani della Sarah Maria trovano una spiegazione sul piano filosofico. L’evocazione di questi antichi fratelli rimanda all’«Essere Rosacrociano», proprio come nelle Nozze Chimiche il personaggio di Christian Rozenkreutz rimanda all’«Essere Rosacroce», in una trasposizione ontologica. Attraverso quest’immagine, si comprende la necessità di un’armonizzazione delle coscienze basata su un principio di «coalescenza dei centri»: ogni centro, o coscienza individuale, è invitato dall’Imperator a entrare in comunione sempre più stretta con le coscienze dei fratres e delle sorores per formare un Tutto. Non un Tutto che annichilisce l’individuo20, ma un Tutto che accresce le coscienze mediante una focalizzazione, esattamente come nel principio di densità relazionale evocato in precedenza. Queste anamnesi costituiscono altrettanti inviti agli «esseri rosacrociani» che siamo, a condividere la realtà trascendente di questo «Essere Rosacrociano» primordiale, considerato allora egli stesso trascendentale21. In 20 Tale ipotesi sarebbe peraltro impossibile nel pensiero rosacrociano, poiché si opporrebbe al compimento del karma della persona. 21 Questi termini sono qui utilizzati nel senso dato loro da Kant: è trascendente ciò che oltrepassa i limiti dell’esperienza possibile, mentre è trascendentale ciò che condiziona a priori ogni esperienza possibile. questa concezione, l’«Essere Rosacrociano» non appare come una successione storica di individui, di esseri fuggitivi, ma come un essere collettivo e continuo; non è più lo schema di una manifestazione successiva, ma quello di una manifestazione permanente, di una totalità ontologica22: il «collegio invisibile³23. Non si tratta più di «rivivere» un evento passato, ma di «vivere» al presente quest’evento costante che costituisce la nostra partecipazione alla realtà della Rosa-Croce, in una sorta di «energetica dello spirito». Questo è il vero Egregore, l’emergenza24 delle forme psichiche personali sia del passato che del presente della Rosa-Croce. Si può vedere, in queste insistenze dell’Imperator, l’intuizione di una fenomenologia trascendentale nel senso kantiano del superamento sia della cosa che dell’individuo, la volontà di prendere per mano ogni Rosacrociano, di mostrargli la via di una «congiunzione rosacrociana» al di là dell’illusione del tempo, al di là dell’esistenza furtiva di quegli esseri che siamo quando non facciamo altro che percorrere la storia. La sua emozione – spesso percettibile quando evoca questi antenati – non 22 Si può riprendere l’esempio dell’Eucaristia, in cui il corpo del Cristo è presente sia nell’intera ostia che in ogni sua parte, in modo che il prete possa dividere l’ostia in diversi pezzi, che rimarranno comunque il corpo intero del Cristo. Allo stesso modo, poco importa il numero di Rosacrociani – sempre variabile – che compongono l’«Essere Rosacrociano» globale, essi costituiscono – ciascuno e collettivamente allo stesso tempo – questa totalità spirituale. 23 Cfr. il manifesto affisso sui muri di Parigi nel 1623 che dice: «Noi, deputati del Collegio principale dei Fratelli della Rosa-Croce, facciamo soggiorno visibile e invisibile in questa città per grazia dell’Altissimo, verso il quale si volge il cuore dei Giusti». 24 Dal greco égrègora: «far alzare, svegliare, risvegliare».
Efrata (sito storico) sarebbe piuttosto quella che procura il sentimento di unità, un altro dei suoi temi preferiti, l’unità dell’Uomo vivificato in ogni luogo e in ogni tempo dall’ideale della Rosa-Croce. In questa concezione, una tale realtà supererebbe i cicli temporali, il che spiegherebbe, per inciso, che quelli di 108 anni attribuiti al nostro Ordine possano essere oltrepassati, poiché allora non si tratta più di misurare il tempo. Il ricordo della Sarah Maria, del viaggio al di là dell’oceano, sarebbe quindi il simbolo del viaggio interiore, al di là dell’oceano delle nostre dimensioni materiali, verso il Nuovo Mondo, ma questa volta in senso figurato: quello del punto ultimo della centrazione delle coscienze, nel quadro universale di un umanesimo integrale in cui Dio rimanda la propria immagine all’Uomo e alla Natura. Umanesimo, densità relazionale e transtemporalità si unirebbero allora per costituire un gesto profondamente iniziatico, un gesto che mostra a ogni Rosacrociano la via della sua realizzazione nell’«Essere Rosacroce».