(Pubblicato sulla Rivista Rosa+Croce, Primavera 2025)

Rosa+Croce è una rivista semestrale pubblicata dalla Grande Loggia dell'Antico e Mistico Ordine della Rosa-Croce. Anche se gli articoli pubblicati non rappresentano il pensiero ufficiale dell'Ordine — ma impegnano solo i loro Autori — e non costituiscono in alcun caso parte integrante dell'insegnamento, offrono ugualmente una valida percezione della filosofia rosacrociana.


Rivista Rosa+Croce n.54 - Viaggio simbolico

[... L'amo]re di Polifilo in sogno presenta diversi scenari: dal giardino al tempio, al cimitero, al regno d’amore, fino al matrimonio alchemico. Per esplorare luoghi dove non era materialmente possibile l’accesso, si lascia lavorare la fantasia, che procede per deduzione soggettiva di fatti accertati e per analogia. Esplorare l’interno della Terra sembrerebbe facile, dato che è sotto i nostri piedi; ma arrivare in profondità, se non proprio al centro, è impresa impossibile anche oggi per la moderna tecnologia. A maggior ragione lo era per gli antichi, i quali poterono ritenere che all’interno di essa vi fosse il luogo oscuro dove abitavano le ombre dei defunti, ma anche il luogo di una conoscenza ancora oscura, non portata alla luce. Odisseo scende sulla soglia del regno delle ombre per avere dall’indovino Tiresia informazioni sul futuro. Goethe nel Faust vi pone il regno delle madri. Anche Enea, secondo il racconto di Virgilio, scende nell’Averno sotto la guida della Sibilla Cumana, la quale gli aveva detto: «Hoc opus, hic labor est», cioè: questa è l’opera, qui è il lavoro da compiere.

Sulla scia di Virgilio anche il personaggio di Dante compie questo percorso e questa opera. Quindi la discesa agli inferi, all’interno della Terra, diviene l’analogia della discesa nella terra interiore. Si possono anche ricordare testi moderni, apparentemente libri di letteratura amena ma che racchiudono un significato simbolico, come Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, La razza futura (che proverrebbe dall’interno della Terra) di E. Bulwer-Lytton, o Il mondo perduto di A. Conan Doyle. Si può ricordare anche la tradizione orientale delle porte di accesso al centro della Terra, Agartha.

Ultima Thule «Ultima Thule»: un’isola oltre la quale il mondo conosciuto terminava, trasformandosi in una strana e sconosciuta nebbia. (Foto di Kevregourez, via Wikimedia Commons)
«Vari luoghi sono legati da un percorso a significare l’itinerario che l’uomo e l’adepto seguono per arrivare alla conoscenza e alla luce.»

Nel corso dell’evoluzione umana si è narrato di luoghi in cui ai primordi della storia si viveva felici e in armonia: dal Paradiso Terrestre alle Isole Fortunate, fino all’Atlantide, luoghi la cui collocazione nel mondo fisico o naturale è incerta o ai margini di esso. Essi sono collocati nel mito, cioè nell’immaginazione collettiva di determinate società storiche. Si ipotizza che possano esistere luoghi ove si concreta una vita umana migliore e più accettabile, sia per la persona che per la comunità. Lo schema è quello di un luogo circondato da difese naturali o artificiali — o posto in alto —, lontano dalla quotidianità, ma dove è possibile immaginare una civiltà armoniosa in cui le diverse classi sociali concorrono al bene comune e le facoltà umane sono tutte sviluppate, dove ognuno è in armonia con sé e con il cosmico.

Sono grandi mistici, vicini anche alla tradizione rosacrociana, a elaborare visioni di società armoniose: Platone con l’Atlantide; Tommaso Moro con l’Utopia; Tommaso Campanella con La città del Sole; Francesco Bacone con La nuova Atlantide. L’archetipo di Atlantide viene variato nell’utopica città di Amauroto, in un posto indeterminato d'America (allora considerata un nuovo mondo) ove sono denunciate le storture della società; nella palingenesi della Città del Sole, situata vicino all’isola di Taprobane (Ceylon), ove il Metafisico, chiamato Sole, coordina le attività dei sacerdoti Pon (la Potestà, la forza, la vita), Sin (la Sapienza, la saggezza, la luce) e Mor (l’Amore, la bellezza). La nuova Atlantide baconiana preconizza una società basata sul progresso e la nuova scienza. Il luogo fisico via via non è più importante: è un non-luogo, un'utopia, una condizione a cui tendere. Nell’evoluzione umana si è compiuto un processo di astrazione: dall’elemento fisico naturale si è giunti, per analogia e intuizione mentale, a concepire qualcosa che non appartiene all’ambito dell’esperienza sensoriale, bensì a quello spirituale.

Il Lago d'Averno con Enea e la Sibilla Cumana Il Lago d’Averno con Enea e la Sibilla Cumana (William Turner, 1798)
«Quando la mente dell’uomo apprezza alcuni luoghi e ne scopre il segreto, approfondisce la conoscenza dell’universo e di sé.»

Quel che constatiamo nella storia dell’uomo è ravvisabile nel percorso individuale. Così ognuno di noi può ripercorrere il suo passato per esplorare, con la maggiore consapevolezza di oggi, i luoghi in cui ha vissuto. Può essere un esercizio utile riandare con la memoria a momenti della vita legati a contesti che oggi conservano importanza, per riflettere su come abbiano influenzato il nostro modo di essere. È un’esperienza personale, ma analoga all’itinerario seguito dagli antichi. Allo stesso modo si può visitare un luogo che la tradizione ha considerato sacro e valutare che senso abbia per noi, sperimentando se ci pone in armonia con qualcosa di più grande, cosmico e universale. Si può così giungere a immaginare un luogo cui aspirare e a cui invitare gli altri.


L’essenza della gentilezza

Autore Ana Claudia Quintana Arantes Medico Geriatra e Specialista in Cure Palliative

Laureata in Geriatria presso l’Università di San Paolo (Brasile), ha conseguito una specializzazione presso l'Università di Oxford nell'ambito delle cure palliative, campo in cui è diventata un punto di riferimento a livello internazionale.

Rivista Rosa+Croce n.54 - L'essenza della gentilezza
«Mio padre mi ha insegnato che dobbiamo essere gentili con le persone e offrire la nostra bontà. Così la vita di tutti diventa più facile.»

P. abitava nella veranda di una casa abbandonata; il proprietario gli aveva dato il permesso ed era diventato una specie di guardiano della casa. Tutti i residenti e i commercianti lo conoscevano e gli volevano bene. Una mattina non si fece vivo; i vicini se ne accorsero. Lo trovarono molto debole e in stato confusionale, quindi lo portarono al pronto soccorso per la prima volta. Aveva un tumore all’esofago, già esteso ai polmoni. I medici hanno provato a intervenire ma senza successo, e così è stato ricoverato nel nostro reparto di cure palliative. Non c’era niente da fare per arrestare la malattia: aveva 49 anni, con una storia pregressa di alcolismo e fumo, costellata da episodi di confusione mentale, svenimenti e dolori.

Nel nostro Hospice ha trovato conforto. Abbiamo trattato l’infezione ed eliminato il dolore acuto di cui si lamentava, somministrandogli farmaci per prevenire allucinazioni e agitazione. Dopo otto giorni di ricovero ha risposto molto bene alle terapie. Senza sofferenza fisica, con i pensieri lucidi e sereni, si è rivelato un uomo gentile e garbato. Dormiva e si alimentava regolarmente, affezionandosi a tutto il personale, che ricambiava il suo affetto.

Qualche giorno dopo il suo miglioramento fu organizzato un pranzo per festeggiare il compleanno di alcuni pazienti del reparto di geriatria (separato da quello di cure palliative). Nel menu erano previsti spiedini di carne, verdure, insalata russa e la torta. Decidemmo di far partecipare alcuni pazienti delle cure palliative, tra cui P. Avevo qualche perplessità: lui mangiava con appetito, ma sempre zuppe, purè o cibi morbidi. «Qui prenderò qualche chilo in più, dottoressa», mi diceva contento, «il cibo è meraviglioso». Ma gli spiedini di carne? Persino i tirocinanti erano preoccupati: l’ingestione di solidi poteva ostruire il lume esofageo e causare forti dolori. Decidemmo comunque di provare.

La scena era toccante e gioiosa. Seduto su una sedia di plastica, P. sembrava raggiante accanto al prete dell’Hospice, diventato il suo migliore amico. Mi unii a loro per monitorare l'alimentazione. Quando gli offrirono l’insalata russa, P. mi guardò con occhi supplici: acconsentii a una prima porzione e poi al bis. Quando arrivarono gli spiedini, mi chiese con un sorriso: «Posso prenderne uno, dottoressa? Stia tranquilla, masticherò con calma». Ne mangiò ben due, senza difficoltà, terminando con una bibita gassata. Ai tirocinanti stupiti risposi di lasciare da parte per un momento i referti dell'endoscopia: il paziente aveva mangiato con gusto ed era felice, senza alcun disturbo. Certe cose la medicina razionale non le spiega.

Tuttavia P. sapeva che la fine era vicina, e confidò il suo desiderio più intimo: rivedere sua madre per chiederle la benedizione. Viveva nello stato di Paraíba, a oltre 2.700 km di distanza. L’unico documento in suo possesso era un logoro certificato di nascita da cui risultava un cognome comunissimo: Rossi. Non amava parlare del suo passato ed era restio a fornire dettagli. Dopo cinque mesi di permanenza, grazie all'aiuto del sacerdote con cui negoziavamo qualche sigaretta per stimolare i ricordi, riuscimmo a rintracciare il recapito di un nipote. Scoprimmo così i motivi del suo allontanamento: in gioventù, a causa dell'alcol e di episodi violenti, era stato ripudiato dalla famiglia e la madre ne aveva sofferto enormemente. I fratelli non volevano più sentirne parlare.

Durante una lezione universitaria raccontai la sua storia. Uno studente mi disse di conoscere il parroco del paese d'origine di P. Contattammo il sacerdote, il quale intraprese un viaggio di due ore nell'entroterra per recarsi a casa della famiglia, portando con sé un mio messaggio vocale in cui raccontavo la trasformazione di P.: diventato una sorta di doula della morte1 nel reparto, faceva compagnia ai malati soli, era sempre premuroso e dispensava conforto a chiunque. P. mi diceva spesso: «Mio padre mi ha insegnato a essere gentile e offrire bontà. Così la vita diventa più facile». E quando gli chiesi se credesse in Dio, rispose con saggezza: «In Dio non si crede come si crede a una storia qualsiasi: in Dio si ha fede».

I fratelli rimasero inflessibili: rifiutarono di far sapere alla madre anziana che il figlio era vivo, considerandolo morto da tempo. Poco dopo la malattia di P. riprese a progredire inesorabilmente. Per il suo cinquantesimo compleanno gli organizzammo una festa a tema con i colori della sua squadra del cuore. Quando gli chiesi cosa desiderasse come regalo, mi strinse la mano dicendo: «Voglio solo la sua amicizia. Se ho quella, non mi manca nulla». Tagliò la torta offrendo la prima fetta a me e la seconda alla tirocinante che lo assisteva ogni giorno; poi mi chiese di donare a chi ne avesse bisogno quasi tutti i suoi abiti, trattenendo per sé solo l'essenziale.

Nei giorni successivi le sue condizioni precipitarono. Entrò nella fase terminale; era agitato, semiconfuso e, nonostante la terapia di supporto, continuava a sussurrare debolmente: «Mamma, la benedizione... mamma, la benedizione...». Ero assente per qualche giorno e venni contattata dal giovane medico di guardia per valutare una sedazione palliativa profonda. La situazione lo richiedeva, ma P. appariva ancora trattenuto da un legame profondo, incapace di lasciarsi andare senza quel congedo materno.

Compresi cosa dovevo fare: da madre, sentivo che una madre è votata al perdono e che, se avesse saputo quale uomo generoso fosse diventato suo figlio, lo avrebbe stretto a sé. Scrissi un messaggio indirizzato a lui, mettendomi idealmente nei panni di quella madre anziana e sofferente, concludendo con le parole: «Figlio mio, Dio ti benedica». Chiesi al tirocinante di leggerglielo a bassa voce all'orecchio. Non appena le parole furono pronunciate, P. trovò la pace e si spense serenamente.

Al suo funerale partecipò tutto il personale dell'Hospice: una presenza così numerosa da stupire gli stessi addetti alle onoranze. P. aveva saputo farsi amare trasformando se stesso e donando gentilezza a chi gli stava vicino, testimoniando fino all'ultimo che l'essenza più profonda dell'animo umano risiede nella disposizione ad amare.

1 Doula della fine della vita (o della morte): figura che assiste e conforta il malato nei momenti terminali e accompagna i familiari nell'elaborazione del lutto.